Piantiamo i semi sapendo che saremo lì per il raccolto, di Yara Dowani
(Rivista Contadina, numero 7)
Nulla sembrava impedire ai soldati di saldare la nuova recinzione in cima al muro, nemmeno il fuoco che le loro scintille avevano appiccato e che si propagava lungo la collina, divorando tutto ciò che incontrava sul suo cammino, persino i vecchi e resistenti ulivi. Era maggio, l’inizio della stagione secca. Le piante selvatiche e le infestanti erano già sfiorite, offrendo i loro semi al terreno.
Rimasi lì, guardando giù per la collina verso l’albero di carrubo, il punto della nostra fattoria più vicino al muro. Le persone del villaggio si muovevano su e giù per il pendio, trasportando secchi d’acqua. Teloni di plastica sbattevano contro le fiamme, nel tentativo di soffocarle. Il trattore di un contadino trasportava l’acqua dai nostri serbatoi in cima alla collina, spargendola sul terreno bruciato. Rimasi immobile, fissando la direzione del vento, pregando che allontanasse il fuoco dalla fattoria, pregando che nove anni di rigenerazione non andassero in fumo.
Eppure, in mezzo alla paura e al caos, mi resi conto di una cosa sorprendente: da quando era iniziato il genocidio, era la prima volta che potevamo muoverci liberamente su una parte dei terreni della fattoria in prossimità del muro senza temere che ci sparassero.
In cima alla collina, di fronte all’insediamento di Mod’in Ilit e circondata dal muro, sorge la fattoria Om Sleiman, un’iniziativa agricola supportata dalla comunità fondata nel 2016 a Bil’in. Nel 2012, il governo israeliano ha deciso di confiscare 2.000 dunum (circa 200 ettari) di terreno del villaggio per ampliare il muro e l’insediamento. La popolazione del villaggio, insieme ad attiviste/i, ha resistito con proteste settimanali per nove anni, fino a quando metà di quei terreni sono stati recuperati. Om Sleiman è stata fondata su una parte di quella terra liberata, di proprietà di Abu Alaa Mansour, che l’ha donata ai cofondatori per avviare un progetto di rigenerazione: una fattoria che avrebbe ripristinato il suolo, fornito panieri di prodotti agroecologici a circa trenta famiglie, conservato semi autoctoni, ospitato volontari e offerto laboratori di agroecologia e bioedilizia.
Crescere sotto occupazione significa assistere alla sistematica cancellazione del proprio popolo, della propria cultura e della propria storia, una cancellazione che si è intensificata durante il genocidio, creando continui sconvolgimenti, paura e incertezza che ci privano della capacità di immaginare, pianificare e costruire un futuro. Da questo stato nasce un forte impulso naturale a costruire, crescere, raccogliere, preservare e archiviare.
Essere un’agricoltrice in Palestina mi ha insegnato che ciò a cui si ha accesso – terra, acqua o risorse – non dovrebbe mai essere dato per scontato. Questa consapevolezza crea naturalmente la sensazione di correre contro il tempo, per massimizzare sia la produttività che il risanamento.
Negli ultimi due anni, la fattoria è diventata una fonte di radicamento e speranza. Nonostante tutte le sfide che abbiamo affrontato, ci siamo concentrate sull’espansione del nostro lavoro attraverso nuovi progetti, condividendo conoscenze attraverso corsi di formazione e workshop, e rafforzando la nostra indipendenza producendo il nostro compost, conservando i nostri semi, costruendo una piscina per raccogliere l’acqua piovana e rafforzando i nostri legami con la comunità lavorando a stretto contatto con la gente del villaggio.
Quest’anno abbiamo lanciato il programma “Under the Carob Tree” (Sotto il carrubo), che prende il nome dall’albero di carrubo che si trova nel punto più lontano della fattoria Om Sleiman, vicino al muro. Il programma si concentra sulla diffusione delle conoscenze agroecologiche attraverso attività con minori, workshop, tirocini e la creazione di un programma di studi agroecologico in lingua araba, insieme ad altre iniziative educative. La sua importanza risiede nella scarsità di spazi e piattaforme in Palestina dove è possibile apprendere l’agroecologia sia nella teoria che nella pratica, attraverso un modello di vita reale.
Nel corso degli anni passati nella fattoria, mi sono resa conto che la natura del terreno di Om Sleiman – roccioso, arido e privo di fonti d’acqua naturali – non è adatto alla produzione su larga scala. Concentrarsi esclusivamente sulla massimizzazione dei raccolti aveva portato all’affaticamento, all’elevato ricambio del personale e alla trascuratezza della salute del suolo e del coinvolgimento della comunità. Abbiamo capito che il vero scopo della fattoria non è l’espansione, ma la creazione di un rapporto diverso con la terra.
La nostra intenzione è quella di creare un esempio concreto: uno spazio di apprendimento dove i palestinesi provenienti da diverse zone possano praticare l’agroecologia e partecipare al movimento più ampio per la sovranità alimentare. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo scelto di limitare la produzione dei nostri panieri a metà anno e a un numero ridotto di membri. Questo approccio ci consente di avere il tempo e la capacità di organizzare attività educative, ricevere visite e aprire maggiormente le nostre porte alla comunità, consentendo a più persone di imparare, impegnarsi e, infine, creare le proprie fattorie in tutta la Palestina, ampliando l’impatto collettivo.
In una giornata normale alla fattoria, puoi trovare cerchi di studio sulla teoria dell’agricoltura, volontari/e internazionali e locali che lavorano fianco a fianco nei campi, gente del posto che mette in pratica il nostro nuovo progetto di compostaggio e una contadina vicina che si ferma per scambiare semi. A pranzo, ci riuniamo per condividere il pasto preparato con i prodotti che abbiamo coltivato. È così che misuro il successo: attraverso questi momenti condivisi di apprendimento, collaborazione e nutrimento.
Nel gennaio 2026, la fattoria Om Sleiman festeggerà i suoi dieci anni. Guardando indietro a tutte le fasi che abbiamo attraversato, posso dire che la fattoria non solo è sopravvissuta, ma è anche fiorita nonostante le difficoltà. È diventata un simbolo di continuità e resilienza, grazie alle numerose persone che hanno intrapreso questo viaggio e hanno creduto in ciò che questo spazio poteva offrire: da chi aveva la terra, a chi ha co-fondato la fattoria, a chi ha fatto volontariato, alla comunità, a tutte le mani che hanno piantato un seme o raccolto i frutti della terra generosa.
Quando mi chiedono cosa sia Om Sleiman, o a chi appartenga, rispondo che Om Sleiman è per tutti/e noi: non è solo una fattoria, è un piccolo esempio di ciò che la terra palestinese può offrire quando viene curata, difesa e lasciata vivere.
[Traduzione di Gabriella Patera]