Contadinanza plurale

(Stefania Consigliere, Rivista Contadina, Numero 7)

Gli amici contadini dicono che, indipendentemente dalle posizioni politiche dei singoli, la differenza più profonda che loro avvertono è quella fra chi sta sulla terra e chi vive in città. Non si tratta solo di fare mestieri diversi, della locazione geografica o di quel che si mangia: la forma umana contadina è diversa da quella metropolitana lungo linee che ripercorrono, punto per punto, la storia dell’accumulazione capitalista.

La stessa notazione s’incontra fra le righe di molti testi storici, critici e antropologici: quella contadina non è un’economia, ma un modo altro di abitare il mondo (1). Nell’antropologia contemporanea è quasi un’ovvietà: non esiste infatti un solo mondo, che le diverse culture leggerebbero in modi differenti, ma molti mondi, ciascuno pazientemente costruito da un certo gruppo umano, che differiscono sul piano ontologico (per ciò che fanno esistere), su quello epistemologico (per come costruiscono conoscenza) e su quello etico (per come costruiscono e curano le relazioni).

Dall’epoca delle enclosures, il mondo dell’urbanità capitalista estende il suo dominio con la coltura intensiva, l’estrattivismo, la proletarizzazione dei contadini e tutti gli orrori ricostruiti dalla storiografia marxista e anarchica: una distruzione sistematica che, nei testi scolastici, è ancora descritta come “progresso”. Nonostante la violenza dispiegata, tuttavia, è solo negli anni Settanta che in Europa del sud la forma di vita contadina viene definitivamente messa all’angolo a favore di quella che, al giro del secolo, sarà la middle class globale: è quanto all’epoca denuncia Pasolini, subito tacciato di nostalgie reazionarie.

Lungo il mezzo secolo trascorso da allora la posta in gioco si è chiarita: la catastrofe energetica, ambientale, sociale, bellica e genocida in corso dice chiaramente che la vita in regime capitalista non è sostenibile. Non è un caso che oggi la contadinanza offra rifugio a persone in fuga dalla miseria emotiva, cognitiva ed etica delle città, dalla lotta di tutti contro tutti, compimento del progetto neoliberista, che governa ormai perfino gli ospedali.

La loro mossa è coraggiosa e, a quel che mi raccontano, ricca di gioie (il primo raccolto, le sbocciature primaverili, il contatto quotidiano con la potenza del non-umano) quanto di fatiche. Fra queste c’è, immancabile, la frustrazione di non riuscire a vivere di sola terra, di dover continuamente fare compromessi col proprio tempo e i propri desideri per il semplice fatto che è impossibile, al momento, uscire del tutto dall’economia metropolitana. L’alternativa, come sempre dalle nostre parti, è secca: tutto, oppure niente.


Scritto da un antropologo, David Graeber, e da un archeologo, David Wengrow, il libro L’alba di tutto è uscito nel 2021 (la traduzione italiana, purtroppo assai traballante, è apparsa nel 2022 per Rizzoli). In apparenza tratta questioni lontanissime da quelle che travagliano i contadini: il libro è infatti una complessa rilettura della preistoria e del modo in cui l’abbiamo pensata lungo gli ultimi quattro secoli. A ben vedere, però, quel che emerge dal libro è soprattutto un modo altro di pensare il rapporto con la terra, con la sussistenza e con le forme sociali, sviluppata a partire dai risultati della nuova archeologia che, da un paio di decenni, va proponendo letture molto più plurali del passato profondo.

Non ho modo, qui, di addentrarmi nella miriade di piste critiche che il libro propone. Basti dire che la tesi principale è che nella preistoria, e poi nella storia, non si riscontra affatto una progressione lineare di forme economiche (caccia-raccolta, pastorizia, agricoltura, industria), ciascuna delle quali determinerebbe una certa forma politica, ma un proliferare di esperimenti, variazioni e linee di fuga. Telegraficamente: il progresso, per come l’abbiamo definito lungo la modernità capitalista, non esiste. Esistono organizzazioni sociali in cui si vive meglio (e a volte perfino bene), altre in cui si vive peggio (e spesso anche molto male), ma in nessun caso ciò avviene per via di ineludibili “leggi storiche” o secondo una progressione fissa che porterebbe invariabilmente dalla barbarie alla civiltà e, in parallelo, dall’orizzontalità alla gerarchia.

Non solo: per un lunghissimo periodo (e cioè prima di bloccarsi, per ragioni storiche ignote, nell’incubo capitalista), diversi gruppi umani hanno praticato un avvicendarsi di modi economici e politici, senza fissarsi in uno soltanto ma alternando – secondo le stagioni oppure secondo le esigenze – forme diverse di sussistenza e di organizzazione sociale. Era possibile, ad esempio, vivere di caccia e di raccolta nella stagione calda per poi ritrovarsi in grandi insediamenti collettivi nella stagione fredda. Oppure praticare la caccia-e-raccolta in parallelo con la coltivazione di orti e giardini. Oppure ancora sperimentare forme di agricoltura legate a una specifica configurazione delle terre e dei fiumi, senza tuttavia insediarvisi in modo stabile.

A questa singolare alternanza fra modi di vita si aggiunge il fatto che l’organizzazione sociale – paritaria o gerarchica, collaborativa o schiavista ecc. – non dipende dal tipo di sussistenza, ma dalle scelte che ciascun gruppo opera esplicitamente. Non c’è quindi nessun determinismo storico che imponga l’orizzontalità ai gruppi piccoli (alcuni gruppi di cacciatori-raccoglitori prevedevano forme di schiavismo) o che costringa i gruppi numerosi ad adottare forme gerarchiche di potere (alcuni grandi insediamenti erano organizzati in modo orizzontale).

Non è più solo l’antropologia, dunque, a raccontare di una miriade di “mondi altri” complessi e sorprendenti: a quanto pare, ve ne sono di altrettanto affascinanti anche nel nostro stesso passato (2).


La possibilità di alternare modi diversi di sussistenza, senza restare intrappolati in una sola forma, e di scegliere ogni volta quali relazioni di potere mettere in atto: c’è qualcosa di straniante in quest’idea, che contraddice tutto ciò che ci è stato martellato in testa dai libri di storia.

Forse se ne può fare buon uso. Il suggerimento non è, ovviamente, quello di transitare allegramente fra vita contadina e vita metropolitana, visto che quest’ultima è ciò stesso da cui si sta fuggendo. Si tratta, semmai, di uscire da un’idea univoca di contadinanza, intesa come forma omogenea e più o meno universale di sussistenza, per cominciare a leggerne le moltissime declinazioni possibili in termini locali, storici, ecologici e, soprattutto, strategici. Così come non c’è una terra, non c’è neanche un modo di vita contadino, ma molti, ciascuno dei quali risponde a una configurazione specifica – fatta di geografia, di collettivi vegetali, di venti e stagioni, di terricci e insetti, di gruppi umani e istituzioni, di animali prossimi o selvaggi – in cui chi lo pratica continuamente sceglie le proprie forme di relazione. Anche limitandosi al territorio nazionale, le terre dei siciliani sono radicalmente diverse da quelle dei piemontesi; i collettivi agricoli incontrano problemi organizzativi differenti rispetto a quelli delle associazioni informali o dei singoli; i rapporti che, volta per volta, si sceglie di intrattenere con le istituzioni, con le leggi o con le macchine e la tecnologia modificano, anche drasticamente, gli assetti; le relazioni con i miti, i semi, gli spiriti dei luoghi, gli antenati e i fantasmi del passato cambiano i paesaggi. E se poi si uscisse dai confini d’Italia e d’Europa, la varietà dei mondi e dei modi contadini si farebbe addirittura vertiginosa.

È chiaro che, parlando in veste di antropologa, ho una serie di tic a metà fra il professionale e il passionale, ma sospetto che varrebbe la pena – quando la stagione lo permette – viaggiare fra questi molti mondi contadini o, come sempre più accade ultimamente, lavorare al loro convenire e alla loro relazione (3): per rafforzare le lotte, per portarsi a casa buone idee, per capire quali condizioni permettono quali mosse, ma soprattutto per non farsi schiacciare dall’idea stessa di “orizzonte unico” a cui la nostra storia, in un modo o nell’altro, ci vorrebbe consegnare. È possibile infatti che, in questo momento storico, la questione cruciale non sia quella di essere talmente bravi da uscire del tutto dall’economia capitalista, ma quella di tornare, dopo quattro secoli di schiacciamento capitalista, ad abitare la molteplicità, unica salvaguardia contro qualsiasi forma di totalizzazione.

 

Note

(1) A partire dal classico di Karl Polanyi, La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1974), si arriva lungo questa linea ai testi di Ivan Illich (ad es. La convivialità, Red!, Milano 2013), di Michael Taussig (ad es. Il diavolo e il feticismo della merce, DeriveApprodi, Roma 2017), dei coniugi Comaroff (ad es. Teoria dal sud del mondo, Rosenberg & Sellier, Torino 2019), fino a tutto il filone critico della decrescita. L’ultimo testo di Jean-Claude Michéa, Extension du domaine du capital (Albin Michel, Paris 2023), contiene notazioni assai interessanti e una bella bibliografia recente sulla questione contadina vista dalla Francia profonda.

(2) Se le 700 pagine abbondanti di Graeber e Wengrow, anziché saziare, hanno messo appetito, i testi di James Scott, e in particolare quello intitolato Le origini della civiltà. Una controstoria (Einaudi, Torino 2018), daranno altrettanta soddisfazione.

(3) Vedi, ad esempio, la Conferenza Contadina «Cambiare il campo» del marzo 2024 (https://comune-info.net/convergenze-contadine/) o i tre giorni di confronto su Storie e resistenze contadine del giugno 2025 (https://edizionitabor.it/storie-e-resistenze-contadine-villar-pellice-to-20-21-22-giugno-2025/).