(Ingrid Pedrazzini, Rivista Contadina, Numero 6)
L’11 marzo 1811 i tessitori organizzarono una manifestazione nei pressi di Nottingham per protestare contro l’abbassamento dei salari. L’adesione fu molto alta e le autorità locali, incapaci di gestire una folla tanto numerosa, chiesero l’intervento dell’esercito per reprimere la protesta. Come già accaduto in occasioni simili, i soldati dispersero i manifestanti con metodi violenti, causando diversi feriti tra i tessitori. Questa ennesima sconfitta sarebbe potuta passare inosservata come le precedenti, se non fosse che, quella sera stessa, i tessitori riuscirono a cambiare il corso degli eventi. Sfruttando il passaparola, si diedero appuntamento nella foresta di Sherwood e, tra il tramonto e l’alba, misero in atto un imponente assalto, distruggendo ben 60 telai meccanici solo nel villaggio di Arnold. A mattino inoltrato, per sedare la sommossa, dovettero intervenire i Dragoni: stava nascendo il luddismo.
Questo episodio segnò l’inizio di un movimento di rivolta operaia guidato principalmente da tessitori, che avrebbe agitato l’Inghilterra a più riprese tra il 1811 e il 1817 circa. Spesso frainteso come fenomeno reazionario e conservatore, essenzialmente meccanoclasta, il luddismo fu in realtà la testimonianza di una dolorosa quanto lucida presa di coscienza delle comunità rurali riguardo al futuro incerto che le attendeva a causa dell’avanzata dell’industrializzazione [1]. I tessitori, in particolare, sperimentarono per primi gli effetti del profondo mutamento antropologico e sociale che stava investendo l’Inghilterra agli albori della Rivoluzione industriale e per questo motivo furono tra i primi a reagire.
Inizialmente la loro risposta fu piuttosto disorganizzata, ma già verso la fine del 1811 le cose cambiarono e cominciarono a delinearsi i contorni di un movimento di rivolta più coeso, organizzato e complesso. Nel giro di pochi anni, quella che era iniziata come una protesta dettata dal malcontento popolare si trasformò in una forma eccezionale di resistenza operaia.
I lavoratori erano riusciti a organizzarsi e avevano moltiplicato le azioni dirette: al grido di «Ned Ludd ci ordina di farlo» [2], più di duecento telai vennero messi fuori uso in meno di un anno e pare che, solo nel biennio iniziale, i danni totali ammontassero già a più di 100,000 sterline [3 – Ndr: circa 10 milioni di euro attuali].
Tuttavia, al di là dei sabotaggi e dei danni materiali provocati dalle sommosse, l’aspetto che maggiormente intriga quando si studiano le proteste luddiste è che i ribelli riuscirono in poco tempo a codificare un’intuizione comune, creando quella che io definisco una vera e propria grammatica luddista. Con questa espressione intendo riferirmi all’insieme multiforme di pratiche che i luddisti usarono per disvelare la loro intuizione ed espandere la lotta. Già la scelta del nome rivela, in un certo senso, l’intento dei rivoltosi: si definivano luddisti, ispirandosi a Ned Ludd, il misterioso generale che guidava il suo esercito di lavoratori da un ufficio nella foresta di Sherwood. Niente di speciale, direte, se non fosse che, piccolo dettaglio, un generale Ned Ludd non è mai realmente esistito. L’eponimo scelto dai tessitori deriva, infatti, da una figura mitologica inventata in una manciata di giorni dagli operai stessi e trae origine dalla leggenda di un giovane garzone che, secondo la narrazione popolare, avrebbe per primo distrutto un telaio in segno di ribellione [4]. Attorno a questa figura, continuamente reinventata, si coagulò così una protesta che assunse il carattere di un messaggio collettivo ben preciso: reincantare il mondo per contrastare la barbarie del mito del progresso capitalista.
Per quanto riguarda le azioni dei luddisti, poi, esse non erano mai frutto del caso ma seguivano precise strategie rituali. I ribelli si muovevano in gruppi organizzati, principalmente di notte, con i volti coperti da maschere fatte in tessuto o pelle di animale, quasi carnevalesche, e spesso utilizzavano travestimenti femminili che, simbolicamente, codificavano un ribaltamento dei ruoli volto a sovvertire, anche solo per un momento, l’ordine costituito [5].
L’atto di distruzione fisica dei telai, inoltre, veniva sempre preceduto e accompagnato da una sofisticata comunicazione clandestina: lettere minatorie, spesso firmate con il titolo ironico di “General Ludd”, manifesti intimidatori affissi per le strade dei villaggi, canti e racconti che si diffondevano oralmente tra le comunità e costruivano una vera e propria mitologia della resistenza. Questi elementi, oltre a rafforzare la solidarietà interna, trasformavano la protesta in una memoria condivisa, capace di opporsi alla durissima repressione dello Stato che rispondeva con militarizzazione, processi pubblici e impiccagioni.
Come dimostrano recenti studi [6], il luddismo, lungi dall’esaurirsi nella sola avversità alle macchine, fu in realtà un movimento originato da processi storici ben più complessi. Determinante in questo senso fu il fenomeno delle enclosures: la recinzione e privatizzazione delle terre comuni inglesi che provocò una vera e propria frattura antropologica e territoriale.
Terre che in Inghilterra avevano garantito per secoli la sussistenza collettiva agli abitanti dei villaggi periferici − attraverso la raccolta della legna, il pascolo libero, la coltivazione condivisa − venivano ora assegnate a pochi grandi proprietari terrieri. Questo fenomeno, cominciato almeno due secoli prima, raggiunse il suo apice proprio nei primi decenni dell’Ottocento. Le recinzioni accelerarono così lo smantellamento delle strutture comunitarie e ruppero i legami di solidarietà che reggevano la vita delle comunità periferiche. In un certo senso, l’enclosure fu una forma di colonizzazione della ruralità: la terra agricola, da spazio vissuto e condiviso, si trasformava in oggetto di appropriazione, fondo sfruttabile, semplice merce da cui estrarre valore secondo la logica della modernità industriale. Inoltre, a causa delle enclosures − che, per usare un’espressione di Thompson [7], furono un «furto organizzato di una classe sociale ai danni di un’altra» − iniziò anche il declino del domestic system, il modello produttivo preindustriale su cui si reggeva l’economia rurale inglese. In tale sistema, i contadini erano anche artigiani e integravano il reddito agricolo con la produzione di manufatti, specialmente tessili, commissionati loro dai mercanti. In questo contesto, analizzato approfonditamente da Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra [8], i lavoratori riuscivano a condurre un’esistenza più che dignitosa.
Tuttavia, con la perdita delle terre e con il progresso inarrestabile dell’industrializzazione, la situazione per gli abitanti delle zone rurali divenne sempre più allarmante: la disoccupazione aumentò repentinamente e anche coloro che riuscivano a conservare il proprio impiego furono costretti a subire una drastica riduzione salariale [9].
Il risultato fu che, nel giro di qualche decennio, la maggior parte dei lavoratori agricoli lasciò la campagna per migrare in città. Qui, i contadini-tessitori divennero carne da macello per le nuove fabbriche inglesi e condussero un’esistenza priva di umanità, stipati come bestie in squallidi quartieri operai.
L’assalto capitalista alle terre si configura dunque come l’emblema del trionfo di quella che Max Weber definisce razionalità rispetto allo scopo: ogni realtà non quantificabile, non commerciabile, non sfruttabile veniva scartata, dimenticata, resa invisibile. Sul piano esistenziale, questa trasformazione produsse nell’essere umano un distacco dal senso del limite e dalla consapevolezza della propria finitezza tali da provocare un vero e proprio rovesciamento valoriale. Con le parole di Lewis Mumford, «la preminenza passò bruscamente dai valori della vita a quelli del denaro» [10].
Se per secoli, infatti, le società agricole avevano coltivato un rapporto con la natura fondato su reciprocità ed equilibrio, la modernità industriale sceglieva invece di svilupparsi sullo smantellamento della sacralità della natura e sulla decostruzione dell’idea stessa di comunità.
Di fronte a questo affronto, a questa ferita mortale inflitta a bruciapelo, il luddismo appare allora come un moto di rifiuto collettivo partito dal cuore delle realtà rurali. Esso, fattosi rivolta, tentò di conservare l’equilibrio sociale dall’impulso capitalista volto a divorare terra e saperi ancestrali; lo stesso che inghiottì la figura dell’artigiano contadino per risputarla come operaio alienato dell’industria. In altri termini, i ribelli luddisti, intuendo il rovesciamento valoriale in atto all’epoca, si batterono, pur sapendosi destinati a perdere, non contro le macchine bensì contro la Macchina, intesa come sistema caratterizzato da intenzionalità bulimica, altrimenti detto capitalismo.
Oggi, a distanza di due secoli, il luddismo non solo rappresenta un fenomeno storico ma si fa monito filosofico, domanda aperta. Nella sua sconfitta e nei resti della sua memoria sopravvive la traccia di una resistenza che non si è mai arresa: perché l’umano è sempre chiamato a scegliere tra la bulimia del possesso e la delicatezza dell’abitare, tra l’onnipotenza dell’estrazione e la cura del limite, tra il dominio cieco, inarrestabile, e la capacità di meravigliarsi ancora, fermandosi, di fronte all’incomprensibile.
Note e testi per approfondire
[1] Per una trattazione dettagliata sul piano storico delle rivolte luddiste in italiano cfr. E.P. Thompson, The making of the English Working Class (1963), tr. it. Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano, 1969.
[2] L . Salvadori, C. Villi, Il luddismo. L’enigma di una rivolta. Editori Riuniti, Roma, 1987, p. 128.
[3] G. Rudé, The Crowd in history 1730-1848 (1984), tr. it. La folla nella storia, Editori Riuniti, Roma, 1984, p. 43.
[4] Sul significato simbolico della figura di Ned Ludd, cfr. J. Van Daal, La colere de Ludd. La lutte des classes en Angleterre à l’aube de la Révolution industrielle, L’Insomniaque, Montreuil, 2012, p. 80 e seg., e K. Binfield, Writings of the Luddites, Johns Hopkins UP, Baltimore, 2015, p. 6 e seg.
[5] Cfr. V. Bourdeau, F. Jarrige, J. Vincent, Les Luddites. Bris de machines, économie, politique et histoire, Editions Ere, Clamecy, 2006, p. 36.
[6] Cfr. per esempio K. Navickas, Luddism, Incendiarism, and the Defence of Rural ‘Task–scapes’ in 1812, University of Hertfordshire, 2011; P. Linebaugh, Ned Ludd and Queen Mab: Machine-Breaking, Romanticism, and the Several Commons of 1811–12, PM Press, 2012.
[7] E. P. Thompson, op. cit., p. 279.
[8] Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2011.
[9] Per approfondire la situazione generale dei lavoratori nel XIX secolo cfr. E.J. Hobsbawm, La rivoluzione industriale e l’Impero. Dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1972.
[10] L. Mumford, Tecnica e cultura. Storia della macchina e dei suoi effetti sull’uomo, Il Saggiatore, Milano, 2005, p. 177.