Il carbon farming: cos’è?

Verso un mercato europeo per le rimozioni di carbonio dall’agricoltura

(Maura Benegiamo e Roberto Saleri, Rivista Contadina, Numero 6)

Attraverso la Comunicazione sui Cicli Sostenibili del Carbonio del dicembre 2021, la Commissione Europea ha affermato che il carbon farming – in italiano carboncoltura – è cruciale per il raggiungimento della neutralità climatica, il contenimento delle emissioni e il supporto alla biodiversità. Il fine della Comunicazione era dare avvio a una discussione all’interno degli stati dell’Unione Europea che portasse a dare sostegno normativo alle pratiche sostenibili all’interno del comparto agricolo, evidenziando come la gestione dei suoli agricoli sia un elemento fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di rimozioni nette e di bilanciamento delle emissioni entro il 2050 come stabilito dalla Legge Europea sul Clima (EU Climate Law), entrata in vigore nel luglio 2021. Il principio è che ogni tonnellata di CO2 emessa in atmosfera dovrà essere neutralizzata da una tonnellata di CO2 tolta dall’atmosfera, fissando l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra almeno del 55% entro il 2030.

Sotto l’etichetta di carbon farming la Commissione individua quindi una serie di pratiche agricole che concorrono appunto nell’eliminare l’anidride carbonica dall’atmosfera e nello stoccare il carbonio nel suolo e nella biomassa vivente: agroforestazione e riforestazione, utilizzo di colture di copertura (cover crops) e colture intercalari, lavorazioni conservative del suolo (minimum/no tillage), conversione di incolti in prati stabili e permanenti, ripristino di aree umide e torbiere. Inoltre, questo insieme di pratiche non solo dovrà concorrere al sequestro del carbonio, ma, in linea con i principali programmi e strategie europei (Farm to Fork, EU forest strategy, Nature restoration law, EU bioeconomy strategy, ecc.), dovrà anche portare benefici nella conservazione della biodiversità, rafforzando i servizi ecosistemici e aiutando a conservare la fertilità dei suoli, contribuendo quindi all’adattamento della produzione agricola ai cambiamenti climatici e al rafforzamento della sicurezza alimentare.

Punto cruciale del progetto europeo per implementare il carbon farming è quello di farne un modello di green business che incentivi l’adozione di queste pratiche e ricompensi economicamente i benefici ambientali generati dagli agricoltori che le implementano. Il modello è quello del mercato dei “crediti di carbonio”, al quale potrebbero accedere non soltanto gli agricoltori – che, in questo caso, potrebbero vendere i crediti derivanti dal carbon farming come veri e propri beni aggiuntivi ai loro prodotti tradizionali – ma anche quegli operatori economici legati al comparto agricolo, come le imprese di trasformazione e lavorazione degli alimenti, interessate a ridurre la propria impronta di carbonio. Tra le righe della comunicazione si legge infatti come il carbon farming rappresenti per la Commissione una delle strategie fondamentali non solo per ridurre le emissioni del comparto agricolo ma anche per compensare le emissioni di quei settori industriali che non possono raggiungere la piena sostenibilità.

La Commissione sottolinea come strumenti di finanziamento e incentivo al carbon farming siano già contenuti all’interno innanzitutto della nuova PAC, attraverso, ad esempio, i finanziamenti legati ai vari eco-schemi, ma anche in altri programmi europei come il Life programme e il Cohesion policy, che prevede ad esempio finanziamenti specifici per il ripristino delle torbiere. Tuttavia, lo strumento scelto è quello del mercato e non quello degli incentivi diretti per i gestori dei terreni, che sarebbero invece fondamentali per favorire interventi concreti.

In questo quadro, la sfida maggiore appare essere quella di sviluppare un sistema di certificazione basato su un sistema di monitoraggio e verifica dei dati in grado di quantificare con precisione le quantità di carbonio rimosse dall’atmosfera, identificando quindi con chiarezza quelle pratiche di gestione del suolo agricolo che permettano un effettivo sequestro del carbonio e chi potrà accedere alle certificazioni e in quale maniera. Particolare enfasi, in questa prospettiva, viene rivolta alle nuove tecnologie e ai sistemi digitali di analisi che sempre più si stanno diffondendo nel mondo agricolo. Tali strumenti garantirebbero un monitoraggio costante del carbonio sequestrato al suolo o immesso in atmosfera e permetterebbero una precisione maggiore nello stabilire i finanziamenti agli operatori agricoli.

Secondo la Commissione, le possibili difficoltà e barriere per la diffusione di queste pratiche spaziano da una generale mancanza di fiducia da parte degli operatori del settore agli insufficienti sistemi di formazione e consulenza, dai costi legati all’adattamento a queste pratiche ai profitti incerti che possono generare. Torneremo su tali prospettive e i relativi limiti, per collocarli dentro un ragionamento più ampio circa le strategie di green economy e la loro credibilità, alla luce di 25 anni di insuccessi. Prima però diamo uno sguardo al regolamento europeo per comprendere meglio le condizioni a cui la carboncultura è chiamata a rispondere.

Certificazioni e regolazione

Il 26 dicembre 2024 è entrato in vigore il Regolamento 2024/3012 UE, intitolato “Carbon Removals and Carbon Farming Certification (CRCF) Regulation”, che ha istituito un quadro regolatorio per un mercato europeo del carbonio di alta qualità, creando al contempo nuove opportunità economiche per il settore agricolo. Vi troviamo anzitutto una definizione ufficiale di carboniocoltura intesa come insieme di:

pratiche o processi svolti su un periodo di attività di almeno cinque anni, riguardanti la gestione di un ambiente terrestre o costiero e che determinano la cattura e lo stoccaggio temporaneo di carbonio atmosferico o biogenico in comparti di carbonio biogenici o la riduzione delle emissioni dal suolo.

Queste possono includere pratiche che coinvolgono gli ecosistemi marini, costieri e terrestri purché procedano a un effettivo assorbimento o a una riduzione delle emissioni. Attività giudicate senza impatti netti su assorbimenti o emissioni di carbonio, quali la deforestazione evitata o i progetti sulle energie rinnovabili, non rientrano quindi nel quadro di certificazione europeo. Si stabilisce inoltre la necessità di certificare solo le pratiche innovative, escludendo quelle già ampiamente adottate in condizioni simili e specificando che quando una pratica diventa comune non può più essere certificata. La Commissione si propone quindi di rivedere e aggiornare ogni cinque anni i livelli di riferimento, tenendo conto di nuovi dati scientifici e dei cambiamenti normativi.

Infine, come già detto, il quadro di certificazione mira anche a promuovere la diffusione di attività che generino benefici collaterali per la biodiversità, comprese la salute del suolo e la prevenzione del suo degrado, contribuendo in tal modo agli obiettivi di ripristino della natura stabiliti dalla normativa UE. I criteri di sostenibilità dovrebbero considerare non solo gli effetti ambientali delle attività svolte dentro l’UE ma anche quelli che si verificano fuori dai suoi confini. Dovrebbero inoltre tener conto delle caratteristiche locali dei territori coinvolti. Quando serve, questi criteri dovrebbero rispettare il principio per cui un’attività non deve danneggiare l’ambiente in altri ambiti (come la biodiversità o le risorse idriche) e seguire le regole europee già esistenti per garantire che l’uso di biomassa agricola e forestale sia davvero sostenibile e contribuisca alla riduzione dei gas serra. Pratiche che nuocciono alla biodiversità, come le monocolture forestali, non dovrebbero quindi essere ammissibili nel sistema di certificazione.

Queste precisazioni riflettono, almeno in parte, il successo dei movimenti ecologisti e per la giustizia climatica nel far riconoscere che la transizione verde non deve spostare i danni ambientali e sociali su altri Paesi, né riprodurre forme di colonialismo verde in quei contesti. Rilevante in questo senso è anche l’integrazione di accorgimenti che mirano a considerare le emissioni indirette correlate, per evitare l’accreditamento di situazioni che possono ridurre la produzione alimentare in loco e causare un effetto di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio dovuto al cambiamento indiretto dell’uso del suolo altrove. Qualsiasi quantità di carbonio, catturato e immagazzinato tramite l’imboschimento o la riduzione delle emissioni prodotte dal suolo tramite la riumidificazione delle torbiere, deve superare le emissioni generate dai macchinari usati per l’attività e le emissioni indirette dovute al cambiamento di uso del suolo provocato dalla rilocalizzazione delle emissioni. Al tempo stesso, però, sembra non esserci un riferimento alle emissioni prodotte dalla filiera del digitale, che in più momenti è richiamato come strumento essenziale per la corretta misurazione e verifica dei crediti carbone.

La situazione in Italia 

Con l’entrata in vigore del Regolamento europeo 2024/3012, la Commissione si è impegnata a istituire entro il 2028 un Registro unico europeo per la tracciabilità dei crediti di carbonio a livello comunitario. Nel frattempo, alcuni Stati membri, come Germania e Svezia, hanno già creato registri nazionali, puntando a garantirne l’interoperabilità con il futuro registro UE. Anche l’Italia si è mossa in anticipo: nel 2023, con un emendamento alla Legge n. 41 di conversione del decreto-legge per l’attuazione del PNRR, è stata prevista l’istituzione di un registro pubblico dei crediti di carbonio volontari nel settore agroforestale, affidandone la gestione al CREA.

La legge fissava tempistiche stringenti: entro 180 giorni dall’entrata in vigore (22 aprile 2023), i Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente avrebbero dovuto definire linee guida per la certificazione dei crediti e individuare le pratiche sostenibili ammissibili. Nei 60 giorni successivi, sarebbero dovuti arrivare i decreti attuativi con le regole di iscrizione, aggiornamento e controllo. Ad oggi, però, nulla di tutto questo è stato realizzato: il registro resta fermo, in attesa dei decreti ministeriali necessari. Nel frattempo, stanno emergendo piattaforme private che propongono modalità alternative di scambio di crediti di carbonio validati, aumentando la frammentazione del mercato.

Le principali criticità

Al netto di questi ritardi, è opportuno interrogarsi sulla fattibilità e sostenibilità di questo meccanismo per il comparto agricolo, italiano e non solo. Nonostante l’entusiasmo, il processo di generazione dei crediti di carbonio in agricoltura presenta numerose criticità sia dal lato della produzione di crediti sia da quello della loro vendita sul mercato.

Dal punto di vista della produzione, anche negli scenari più favorevoli, i crediti costituiscono solo un’integrazione parziale al reddito agricolo e richiedono investimenti iniziali consistenti per avviare le pratiche e ottenere la certificazione. Non si tratta infatti di un percorso a costo zero: chi vuole intraprendere un progetto deve elaborare un piano dettagliato e farsi affiancare da consulenti qualificati, sia per la verifica tecnica delle pratiche agricole “low carbon” sia per la valutazione della loro sostenibilità economica. In un settore già attraversato da una crisi strutturale e dalla chiusura di molte piccole e medie imprese, resta aperto il quesito su chi potrà effettivamente sostenere questi costi.

Un’ulteriore criticità riguarda il mercato volontario dei crediti agricoli, oggi alimentato dall’interesse di aziende agroalimentari e della grande distribuzione che mirano a compensare la propria impronta carbonica lungo la filiera. Tuttavia, i prezzi dei crediti risultano estremamente volatili: nel 2024, secondo l’Osservatorio Smart Agrifood, hanno oscillato mediamente tra 7 e 55 dollari per credito, in base alla qualità dei progetti e alla domanda di mercato. Questa variabilità rende difficile stimare i potenziali benefici per gli agricoltori e aumenta l’incertezza di chi vorrebbe investire, in un contesto in cui l’interesse per la mitigazione climatica sembra progressivamente ridimensionarsi.

Sul piano tecnico, uno dei nodi più discussi riguarda la misurazione, la rendicontazione e la verifica (MRV) delle emissioni agricole. La credibilità dei progetti dipende dalla capacità di dimostrare in modo rigoroso la quantità di carbonio sequestrato, la persistenza degli interventi nel tempo e la loro addizionalità (ossia la prova che quelle emissioni non sarebbero state ridotte comunque). Tuttavia, la misurazione nel settore agricolo è soggetta a notevoli incertezze: basti pensare alla variabilità dei flussi di carbonio nel suolo e delle emissioni del bestiame, che dipendono da suolo, alimentazione, clima e pratiche di gestione. La natura diffusa di queste fonti rende più difficile la regolazione rispetto alle emissioni puntuali di altri comparti, e i costi di transazione per l’MRV rischiano di diventare proibitivi. Alcuni studi sostengono che questi costi si ridurranno nel tempo, soprattutto se le politiche si concentreranno sulle grandi aziende agricole e su poche fonti principali di emissione. Ma un simile scenario favorirebbe ulteriormente la logica monoculturale, monopolistica e dell’economia di scala, i cui impatti ambientali e sociali sono stati tutt’altro che sostenibili fino ad oggi.

Eppure, tale prospettiva sembra essere quella che abita sottotraccia la strategia europea che affida un ruolo centrale alla digitalizzazione come strumento chiave. Sensori di telerilevamento, intelligenza artificiale, sistemi informativi geografici e banche dati elettroniche sono presentati come soluzioni per aumentare la trasparenza e garantire la tracciabilità dei progetti. Tuttavia, tali tecnologie risultano accessibili soprattutto ai grandi operatori, in grado di sostenere i costi e di gestire superfici agricole adeguate all’uso efficiente di questi strumenti

Alla luce di queste criticità, è lecito chiedersi se ci si trovi di fronte a una prospettiva di transizione che rischia di privilegiare pochi soggetti e di riprodurre diseguaglianze storiche piuttosto che creare benefici diffusi. Tuttavia il vero limite, a nostro avviso, risiede nell’insistenza su un mercato volontario – quello dei crediti di carbonio – che sin dalle sue origini si è dimostrato incapace di garantire riduzioni significative delle emissioni, così come di generare un reale valore economico, e senza che si intravedano inversioni di rotta all’orizzonte: basti considerare il valore molto basso della tonnellata di credito di carbonio. Considerando tutto ciò, e sommando l’assenza di risultati concreti in termini di mitigazione, sorge il dubbio se l’insistenza su questo approccio non sia piuttosto spinto dall’impossibilità politica di ammettere che le politiche di green economy degli ultimi trent’anni hanno fallito, unita alla mancanza di volontà di affrontare seriamente il cambiamento climatico promuovendo una transizione dal basso e radicata nei territori.

Il fatto che la sostenibilità economica dei progetti di carbon farming dipenda principalmente dalla creazione di un mercato remunerativo dei crediti – invece che da politiche pubbliche capaci di rendere le pratiche agricole sostenibili vantaggiose di per sé – espone infatti l’intero settore al rischio di fallimenti di mercato già evidenti. A ciò si aggiunge l’assenza di strumenti redistributivi adeguati a garantire una transizione giusta per le comunità rurali.

Da una parte del mondo rurale emerge con insistenza la domanda di adottare politiche a sostegno di una trasformazione sistemica del settore agricolo, che preveda incentivi diretti per chi mette in atto pratiche riconosciute come sostenibili e disincentivi per chi non lo fa, piuttosto che delegare la regolazione all’incontro fra domanda e offerta tra questi gruppi di attori.