Editoriale Numero 7

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La parola “contadino” è difficile da definire. È una parola contesa, spesso usata in maniera confusa, inappropriata.

Da un lato c’è chi ne fa un vanto, per motivi che ci sembrano esclusivamente di marketing. Un esempio è lo slogan “#sto coi contadini” usato dalla Coldiretti per i suoi “villaggi”. Ci sentiamo di dubitare che le politiche proposte da questa organizzazione siano davvero a favore di un’agricoltura contadina: esse sicuramente non vanno nella direzione della costruzione di reti locali del cibo, basate sull’agroecologia, e difendono invece maggiormente quelle aziende agricole, non necessariamente piccole e contadine, che producono per l’esportazione con l’etichetta altrettanto confusa, ma patriottica e nazionalista, di “Made in Italy”. D’altra parte, chi ha fatto un giro in centro a Bologna nell’ultima edizione del Villaggio Coldiretti, ai primi di novembre, ha visto sì decine di banchi di aziende agricole ma, al centro del villaggio, in Piazza Maggiore, tra stand che di contadino non avevano nulla – banche, multinazionali petrolifere, industrie di sigarette, aziende di trasporti, le poste, le forze dell’ordine, l’esercito… – avrà notato anche quello di Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola italiana (che tra i suoi vertici conta uomini chiave di Coldiretti). 

Dall’altro lato, c’è ancora chi usa per i contadini la retorica dell’arretratezza e della marginalità. L’ultimo esempio è stata la reazione mediatica alla tragica vicenda di Castel D’Azzano, dove tre carabinieri hanno perso la vita per l’esplosione della cascina nella quale stavano eseguendo un’ordinanza di sgombero dovuta ai debiti contratti da una famiglia di agricoltori. Qui la parola contadino è stata usata per evocare arretratezza, violenza, “Medio Evo”, persone mentalmente instabili e anti-patriottiche.

Nella ricerca universitaria, poi, si dibatte su quali siano le caratteristiche che portano a definire un modello agricolo come contadino, invece che industriale o capitalista: ad esempio, le dimensioni dell’azienda, il controllo autonomo delle risorse necessarie alla produzione (terra, lavoro, semi, concime, ecc., senza dover quindi ricorrere al mercato), l’autoconsumo, la multifunzionalità o ancora la conduzione agroecologica. Un tentativo utile lo ha fatto la recente ricerca “Le Reti alimentari contadine in Emilia-Romagna”, condotta dal Forum Regionale dell’Economia Solidale in collaborazione con la Rete per la Sovranità Alimentare in Emilia-Romagna. Quest’inchiesta propone di definire l’agricoltura contadina non a livello della singola azienda, ma a quello della rete in cui l’azienda è inserita, attribuendo quindi importanza non solo alla produzione, ma anche alla distribuzione e dando conto della diversità delle agricolture contadine. In queste reti alimentari contadine sono centrali i sistemi di garanzia partecipata e la capacità di costruire sensibilità culturale e politica su agricoltura, cibo, salute, ambiente. 

Spesso in redazione discutiamo su questi temi, per noi centrali. Riteniamo importante non dare una rappresentazione nostalgica, romantica, bucolica, né eroica, dell’agricoltura contadina: la realtà è complessa e ci interessa maggiormente indagare le contraddizioni, i conflitti, le difficoltà e chiederci quali passi sono necessari verso un modello di produzione, trasformazione, distribuzione, consumo del cibo che sia più giusto e in equilibrio con l’ambiente che ci ospita.

Negli ultimi numeri abbiamo cominciato a chiedere a persone che stimiamo di contribuire a questi nostri dibattiti e riflessioni. In questo numero 7 ospitiamo un articolo di Stefania Consigliere, antropologa, che ci invita a pensare le agricolture contadine come mondi plurali da conoscere e attraversare. 

Essere attenti alla pluralità delle agricolture contadine vuol dire anche costruire solidarietà internazionale. Pascal Benincasa, del Centro Internazionale Crocevia, che svolge il ruolo di Segretariato del Comitato internazionale di pianificazione per la Sovranità Alimentare (IPC), ci racconta di cosa hanno discusso i movimenti contadini (e non solo), riuniti nel grande Forum di Nyéléni organizzato in Sri Lanka dall’IPC e da altri movimenti sociali ai primi di settembre; Giulia Rossi, dopo un anno in Ecuador per un progetto di supporto alle associazioni contadine e alle fattorie agroecologiche, ci racconta i conflitti per le terre in quel paese. E torniamo ancora in Cisgiordania, grazie a Yara Dowani della fattoria Om Sleiman, che ci racconta la loro resistenza con la pratica dell’agroecologia; e grazie agli attivisti e alle attiviste di Mondeggi Bene Comune (Firenze) e della CSA Arvaia (Bologna) con il loro diario della raccolta delle olive nei campi palestinesi sotto la violenza dei coloni israeliani. A proposito di Palestina: ringraziamo l’editore Mesogea di Messina che ci ha donato alcuni disegni dell’artista Mohammad Sabaaneh per la copertina e l’interno di questo numero.

Tornando in Italia, raccontiamo due esperienze che ci sembrano utili per ragionare su come ampliare il movimento per l’agroecologia e la sovranità alimentare: Giulio Iocco ha intervistato Suleiman Diarra della cooperativa Barikamà di Roma e Mimmo Perrotta è andato a conoscere il progetto del Parco e Orto per la Pace a Pescarola, un orto sociale nella periferia di Bologna in cui è coinvolta, tra le altre, l’associazione Campi Aperti. Diamo anche conto, con un contributo della sua presidente, dell’incontro plenario dell’Accademia italiana per la permacultura che si è tenuto in Sicilia lo scorso ottobre. 

Siamo poi molto felici di ripubblicare un racconto di Bianca Bonavita, tratto dal libro Muro. Diario d’acqua: con questo testo, la nostra rivista inizia a presentare nelle proprie pagine anche testi letterari. Di Bianca Bonavita segnaliamo, tra l’altro, la prossima ripubblicazione del libro Humus. Diario di terra, a dieci anni dalla prima edizione (Pentàgora 2015, ora Edizioni Montaonda).

Dopo la rubrica su Agroecologia e cambiamento climatico di Paola Cassiano e molte recensioni di libri e film, chiudiamo questo numero con un ricordo di Aldo Zanchetta, scomparso lo scorso settembre, scritto da Giovanni Pandolfini. 

Nelle pagine interne troverete anche un appello per la raccolta fondi con cui Terraliquida – nostra editrice e compagna di strada – intende acquistare un furgone da utilizzare nelle attività di soccorso a seguito di disastri o emergenze ambientali. Ci uniamo all’appello: contribuiamo alla raccolta fondi!