(Stefano Boni, Rivista Contadina, Numero 6)
James C. Scott (1936-2024) è stato un universitario atipico. Si forma in Scienze Politiche ma si occupa di studi agrari e lo fa adottando una metodologia etnografica, ovvero si immerge in profondità nel mondo contadino (in particolare del Sud-Est asiatico). Condisce questo approccio con un posizionamento anarchico e la messa in pratica in prima persona del tipo di economia che teorizza: Scott si dedica ad un allevamento estensivo e non industrializzato di ovini e bovini. Questo intreccio di interessi e metodi ha dato vita a spunti di grande interesse sulla relazione tra mondo agricolo e Stato. Qui offro una breve panoramica di alcune delle tesi proposte da Scott che credo possano essere ancora rilevanti per pensare una resistenza contadina.
Scott parte dal presupposto che la nascita e l’affermazione degli Stati sia associata alla imposizione coercitiva dell’agricoltura intensiva [vedi in particolare Una Controstoria & L’Arte]. Il surplus di risorse, estratto dai coltivatori ed essenziale per il funzionamento della macchina amministrativa statale, è in buona parte il risultato della espropriazione ai produttori della produzione cerealicola (grano, riso, miglio) lungo le pianure alluvionali mediante la tassazione dei contadini oppure la produzione schiavista gestita direttamente dagli stati. Questo assetto che caratterizza i primi stati si mantiene pressoché invariato fino all’età moderna (ma in alcuni casi continua fino al secondo dopoguerra, pensiamo all’estrazione della decima da parte della Chiesa o alla mezzadria). Oggi le reti di contadini resistenti si sono (ri)costituite sugli Appennini o sulle Alpi perché aree ritenute dal Capitale meno produttive, lasciando spazio per un recupero artigianale.
I contadini non sono passivi di fronte a questo continuo drenaggio dei loro prodotti. Da un lato, si sottraggono al controllo statale ponendosi al di fuori della sua sovranità. Scott sostiene che mentre gli stati hanno controllato la produzione nelle fertili vallate alluvionali, la produzione agricola collinare e ancora di più quella montana, spesso riuscivano a sottrarsi all’espropriazione statale. Scott nota che in alta montagna si piantava in modo estensivo e si sceglievano coltivazioni quali i tuberi (patate, igname, topinambur, etc) che (a differenza dei cereali) potevano essere raccolte tutto l’anno ed erano difficilmente spostabili, rendendo le razzie degli eserciti statali poco redditizie perché incapaci di far proprio il raccolto agricolo [vedi L’Arte]. Secondo Scott un mondo contadino, ostile allo Stato e auto-organizzato con modalità orizzontali, ha prevalso in diverse parti del mondo fino all’età moderna. L’autonomia esercitata dal mondo contadino non è solo materiale ed economica ma anche morale e ideologica: uno dei suoi valori irrinunciabili è la sottomissione della economia all’etica (da cui deriva il concetto di economia morale), stabilendo ad esempio che nessuno debba patire la fame [vedi L’infrapolitica & Il Dominio]. Oggi l’ostinata volontà di salvaguardare le premesse per un’agricoltura artigianale si manifesta nello scambio semi-clandestino di semi finalizzato a conservare la biodiversità e a valorizzare specie adatte a nicchie ecologiche particolari ma anche nell’opposizione alla manipolazione genetica delle piante (prima denominata OGM ora TEA).
Alla pressione a favore delle monocolture pianificate, “scientifiche”, standardizzate e industrializzate, lavorate con un uso massiccio di manodopera salariata, la risposta è la pratica di una agricoltura contadina su estensioni limitate, in grado di far convivere diverse specie, curata principalmente con il lavoro di familiari e amici, finalizzata in primis all’autosufficienza. Lo stile agricolo contadino si regge sulla sapienza tramandata nelle comunità locali ed adattata alle condizioni della specifica terra lavorata. Scott chiama questa sapienza metis e la ritiene non solo ecologicamente armoniosa (il contadino ha interesse a produrre senza compromettere la fertilità del suolo) ma – sul lungo periodo – decisamente più produttiva rispetto alle tecniche promosse dal “modernismo avanzato”.
Con metis intendo un largo spettro di abilità pratiche e intelligenza acquisita che risponde a un ambiente umano e naturale in costante cambiamento…. Le attività che richiedono metis (e sono tantissime) sono straordinariamente difficili da insegnare senza che la persona si impegni a praticarle direttamente. Si potrebbero scrivere dettagliate istruzioni su come andare in bicicletta, ma è difficile immaginare che una persona possa riuscire ad andare in bicicletta seguendo tali istruzioni al primo tentativo. [Lo Sguardo, p. 313]
Secondo Scott la resistenza più frequente del mondo contadino è stata quella di dissimulare e rendere opaca la propria azione in modo da sottrarsi al controllo di Stato e latifondisti. La presenza dei contadini e la loro conoscenza del territorio permettono di sottrarsi – almeno in parte – ad un monitoraggio statale discontinuo, distante e cieco. Anche se lo Stato e il Capitale mirano a rendere tutto “leggibile” e quindi governabile in forma anonima e burocratica, sono esistiti e continuano ad esistere ambiti in cui non riescono ad esercitare la loro ossessiva vigilanza. Spesso i contadini, piuttosto che sfidare il potere egemonico, hanno cercato di evitarlo, di sfuggire alle sue pretese: nascondono parte del prodotto tassabile; si appropriano di beni che loro ritengono collettivi (legna, selvaggina, pascoli, etc) anche se legalmente di proprietà altrui; contrabbandano; praticano il bracconaggio; evadono il fisco; favoriscono la diserzione; conducono attività artigianali illegali. Queste azioni, che potrebbero essere viste come mosse da un opportunismo individuale, vengono invece nobilitate da Scott come atti politici o meglio infrapolitici ovvero tese ad alterare le relazioni di potere (scansando forme di imposizione indesiderate) senza scontrarsi apertamente (perché, spiega Scott, in genere si viene repressi brutalmente) [vedi L’infrapolitica]. Viene in mente l’informalità che regna nei mercati promossi da Genuino Clandestino. Si tratta quindi di pratiche sovversive quotidiane, locali, occulte, attivabili anche senza un’organizzazione politica centralizzata (il partito marxista) e proprio per questo più difficili da individuare e reprimere. Sebbene la dissimulazione occulta sia prevalente tra le comunità contadine, queste possono passare all’aperta rivolta quando sentono i loro principi gravemente minacciati.
La resistenza quotidiana e occulta offre una prospettiva di lotta non appiattita sull’idea di “rivoluzione” marxista. Fino agli anni Ottanta il paradigma marxista egemonico era centrato sull’idea di una lotta armata condotta dagli operai, rendendo i contadini una classe ambigua, spesso ritenuta conservatrice. Scott mostra che i contadini attivano varie resistenze anche se spesso queste non sono inserite in un paradigma rivoluzionario ma si attivano piuttosto in forme che Scott chiama verbali segreti. Per Scott una forma di lotta cruciale è mantenere viva una cultura contadina, intesa come luoghi, sapienze e pratiche di interazione artigianale, armoniosa e consapevole con l’organico, sia perché limita l’avvento della agricoltura intensiva sia perché crea le premesse ecologiche, economiche e sociali per costruire un’alternativa tangibile, possibile, inclusiva (e potenzialmente salvifica di fronte al prossimo collasso della mega-macchina ipertecnologica) [vedi Il dominio].
Scott ci insegna che Stato e aziende annichiliscono sistematicamente e volontariamente la cultura contadina: le sue modalità di coltivazione, i suoi saperi, la mobilitazione di lavoro, l’estensione delle coltivazioni e la sua stessa finalità. L’agricoltura artigianale viene strangolata per rendere la produzione agricola un ingranaggio di una macchina tecno-industriale che ha le sue regole: il monopolio dei grandi capitali contro la piccola proprietà diffusa; l’uso di manodopera salariale a basso costo e facilmente sostituibile piuttosto che circuiti di lavoro non mercificati come quello domestica o solidale; l’eliminazione di pratiche di auto-produzione a favore della messa sul mercato; l’abbattimento dei costi piuttosto la salvaguardia della qualità del prodotto; l’uso massiccio della chimica piuttosto che la sapienza contadina. A questo progetto di espropriazione dell’agricoltura dal tessuto sociale per renderlo una attività industriale come le altre, i contadini hanno risposto in diverse epoche storiche e luoghi geografici facendo leva sui loro punti di forza: una presenza sul terreno; le conoscenze agro-ecologiche locali acquisite e tramandate; e soprattutto la capacità di sottrarsi al controllo statale e alla morsa del mercato rendendo la produzione e la distribuzione dei prodotti contadini trasparente per gli amici e opaca per gli stati, la qualità certificata da relazioni personali piuttosto che da etichette, la mancata standardizzazione una garanzia di qualità piuttosto che un difetto.
Opere di J.C. Scott tradotte in italiano
Il dominio e l’arte della resistenza, Elèuthera, 2006
Elogio dell’anarchismo, Elèuthera, 2014
Le origini della civiltà, Einaudi, 2018
Lo sguardo dello Stato, Elèuthera, 2019
L’arte di non essere governati, Einaudi, 2020
L’infrapolitica dei senza potere, Elèuthera, 2024