Contro il regime tecno-scientifico

Proposte agroecologiche e libertarie per una resistenza al regime tecno-scientifico (Giovanni Pandolfini, Rivista Contadina, Numero Zero)

Questo contributo è la rielaborazione dell’intervento al Convivio Ivan Illich 2023, tenutosi in Val di Susa
l’1-3 dicembre 2023

L’intervento che voglio portare a questo convivio consiste in alcune riflessioni che mi hanno fatto
ripercorrere alcuni aspetti del pensiero di Ivan Illich, partendo dal lavoro scritto a più mani dal
collettivo/cooperativa L’Atelier Paysan, “Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia
contadina e alimentare”, pubblicato in italiano da Libreria Editrice Fiorentina nell’ottobre 2023.
Il libro che cito è una importantissima sintesi di quanto le resistenze contadine, quel che resta del mondo
indigeno colonizzato d’Europa, stanno facendo con l’intenzione di fermare lo spopolamento delle
campagne, l’emorragia dei contadini che continuano a diminuire di numero e la nostra mortifera
distribuzione sul territorio con tutte le sue nefaste conseguenze culturali, sociali e per la salute nostra e
dell’ambiente. La produzione e la distribuzione industriale del cibo, ridotto a merce, sono indicate come
responsabili di questa devastazione. Gli autori ipotizzano e auspicano addirittura la necessità di mettere in
atto una controtendenza capace di contrastare il fenomeno con diverse azioni pratiche e politiche.
L’imprigionamento, il più delle volte senza catene e recinti, dell’intero vivente si è concluso con la
digitalizzazione e la relativa codificazione di tutte le nostre azioni. È scomparso il lecito e rimane solo il
proibito o il concesso. Anche la produzione e la distribuzione del cibo, fondamenti della vita stessa, non
sono esenti da questo paradigma legal-commerciale e ormai sono definitivamente separate dalla
condizione di vita contadina, sostituita dall’impresa in un regime liberista che di fatto la proibisce.
Credo che si sia andati anche molto oltre le più pessimistiche analisi presenti nella critica di Illich
all’ossessione dello sviluppo e al mito del progresso e della modernità che nascondono enormi insidie ed
enormi ingiustizie dietro le facciate luccicanti del consumismo e della iperproduzione industriale di massa
di beni e servizi.
In più modi e in diverse sue pubblicazioni Illich parla di limiti e soglie oltrepassate le quali i danni
supererebbero i benefici. Illich scriveva questo nei primi anni settanta e riprenderà più volte,
sviluppandoli e ampliandoli, gli stessi concetti in tutta la sua produzione di pensiero. In quegli stessi anni
il mondo contadino in tutta Europa e negli altri stati del mondo cosiddetto sviluppato (termine usato dal
capitalismo per descrivere le società ispirate a se stesso) aveva già subito dei profondi cambiamenti.
In Italia erano, ad esempio, gli anni della riforma dei patti agrari: si aboliva la mezzadria e si affermava
l’impresa agricola come unica modalità permessa di organizzazione produttiva (art. 2135 del cc). Non che
la mezzadria, ovvero la riduzione in schiavitù della condizione contadina nei confronti dei proprietari
terrieri, fosse da mantenere: andava semplicemente liberata dalla proprietà terriera come più volte le
timide lotte per le riforme agrarie hanno tentato, represse e soffocate anche nel sangue.
Con l’abolizione della condizione contadina si è andati in ben altra direzione. La meccanizzazione era già
ad uno stadio avanzato. Le deportazioni di massa verso le fabbriche e le città erano già a buon punto.
Poco più di dieci anni prima (dal 1962 con la legge 283 sull’igiene alimentare), lo Stato diventa il titolare
della salubrità degli alimenti, unico possibile garante a norma di legge. Lo Stato, con la scusa dell’igiene e
di una discutibile idea di salute pubblica, aveva così espropriato al mondo contadino i saperi e la cultura
della produzione, della trasformazione e della conservazione degli alimenti, su pressione degli ormai
consolidati gruppi industriali che si erano arricchiti in modo spropositato nei conflitti bellici da poco
trascorsi. Negli anni in cui Illich scrive “La convivialità” (1974) e concentra le sue riflessioni
sull’istruzione di massa, sull’industrializzazione della medicina e dei trasporti, anche l’industrializzazione
della produzione del cibo è già saldamente in mano ad interessi lobbistici che si apprestano a diventare
globalizzati e metteranno a punto i trattati internazionali del libero commercio unitamente a un complesso
sistema di incentivazioni economiche. Anche per la “risorsa cibo” si è già raggiunta quella che Illich
individuava come la seconda soglia, oltrepassata la quale una società produce la sua distruzione: superati i
limiti, gli strumenti da servitori diventano despoti.
In Italia, in linea con l’andamento dei paesi “ad economia avanzata”, gli addetti alla produzione del cibo
non superano la percentuale del 3,5% della popolazione, mentre solo negli anni ’50 eravamo al 50%.
Conseguenza ne sono gli enormi danni sociali e culturali di perdita delle competenze pratiche necessarie
alla propria autonomia, al vivere delle comunità contadine di villaggio. Una intera civiltà scomparsa in
due generazioni, “sradicato e castrato l’uomo è rinserrato nella sua capsula individuale” (Illich). Con le
nuove frontiere proposte dalla digitalizzazione e da una ipermeccanizzazione data dall’uso dei satelliti e

dei big-data (agricoltura 4.0 o “di precisione”) si pensa di arrivare a dimezzare ulteriormente questa
percentuale.
È ormai sotto gli occhi di tutti che nessuno degli obbiettivi che sviluppo e industrializzazione
promettevano e continuano a promettere sono stati raggiunti, e mai lo saranno. Siamo ormai in moltissimi
ad essere convinti che il nostro sistema di vivere sia una follia e che il bilancio di cento anni di
industrializzazione del cibo sia assurdo e fallimentare sotto più punti di vista; tuttavia, niente e nessuno
sembra essere in grado di cambiare un granché, se si escludono pochi esempi individuali o di minuscole
comunità in costruzione che si dilaniano in infiniti tentativi di resistenza.
Un miliardo di persone ancora sotto la soglia della denutrizione mentre quasi tutte le altre (salvo
pochissimi ricchi) non sono in grado di procurarsi il proprio cibo, specie quello che vorrebbero, e soffrono
di patologie croniche come il diabete, l’ipertensione, le altre malattie cardiovascolari, l’obesità, il cancro,
l’ insoddisfazione, la depressione, o semplicemente sono vittime di una vita di merda. Ipernutrite con cibo
spazzatura prodotto e processato industrialmente con troppi grassi, troppi zuccheri e troppi residui di
molecole di sintesi pericolose ma deliberatamente introdotte nella nostra catena alimentare con un
truffaldino sistema di agenzie per la sicurezza pseudoscientifiche che, al soldo delle multinazionali, ci
raccontano che la “DMA” (dose massima accettabile) è un concetto scientifico.
Lo stesso ecosistema, dentro il quale siamo compresi, soffre del crescente sviluppo della catena
industriale del cibo con la forte perdita di biodiversità, con l’erosione dei suoli, l’inquinamento delle
acque e dell’aria e la perdita di fertilità sia della terra che della nostra stessa specie.
Che fare? Da dove iniziare?
La costruzione di un grande movimento sociale, dal basso, orizzontale, auto-organizzato, contadino,
agroecologico sembra essere l’unica soluzione, l’unica strada percorribile. Un movimento che sappia
equilibrare il rapporto città-campagna rivalutando la produzione locale e agroecologica del cibo, che sia in
grado di liberarla dall’iperburocrazia, di indirizzare correttamente risorse pubbliche autogestite, di attivare
processi di accesso alle terre e di facilitazione per nuovi insediamenti, dando fiato e gambe alle comunità
locali in una ottica di autodeterminazione territoriale. Con la consapevolezza che le attuali elite politiche e
finanziarie non concederanno niente spontaneamente e sarà necessario un sollevamento di massa capace
di unire teorie e pratiche, che dimostrino la legittimità politica delle proprie azioni e aprano spazi alla
autodeterminazione personale e collettiva sui territori. Niente trattative (richieste) con istituzioni sorde ai
nostri bisogni ma recupero di spazi auto-organizzati.
Il manifesto contadino de L’Atelier Paysan suggerisce questo in termini di progetto politico da realizzare,
con l’obbiettivo pratico di avviare una controtendenza al fenomeno dello spopolamento delle campagne e
di ridurre progressivamente, fino a eliminare, la produzione industriale del cibo.