Incontro di Hugo Persillet con Rivista Contadina
(Rivista Contadina, Numero 2)
L’Atelier Paysan (https://www.latelierpaysan.org) è una società cooperativa a interesse collettivo, a maggioranza contadina, nata come associazione nel 2011 in Francia, con l’obiettivo di accompagnare agricoltori e agricoltrici all’ideazione e alla fabbricazione di macchine e di edifici adattati a una agroecologia contadina. Per fare questo, realizza corsi, laboratori, materiali, tutorial. Con il fine di usare l’agroecologia contadina per un cambiamento radicale e necessario del modello agricolo e alimentare, l’Atelier Paysan opera nella direzione di “rimobilitare produttori e produttrici sulle scelte tecniche attorno agli strumenti di lavoro delle aziende agricole, con l’obiettivo di ritrovare collettivamente una sovranità tecnica, una autonomia attraverso il mutuo aiuto e la riappropriazione dei saperi e del saper-fare”.
Nel 2024 la Libreria Editrice Fiorentina ha pubblicato in italiano il libro di Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia contadina e alimentare, di cui ha scritto Giovanni Pandolfini sul numero zero di questa rivista. In occasione della presentazione a Firenze del libro, il 19 maggio 2024, la redazione della Rivista contadina ha incontrato Hugo, uno dei membri dell’Atelier Paysan. Questa è una sintesi della nostra conversazione.
Due livelli di lavoro
Il primo livello di lavoro di Atelier Paysan è accompagnare obiettivi tecnici precisi nelle aziende agricole. Il nostro punto di forza non è solo nel fatto che fabbrichiamo tecnologie, ma nel fatto che queste funzionano. Se non funzionassero, non ci sarebbe un Atelier Paysan. Ci rivolgiamo a persone che hanno bisogno di far funzionare le fattorie e che affrontano debiti significativi. Se fosse solo un gesto etico per contrastare l’industria, ma con funzionalità e prestazioni peggiori rispetto al macchinario industriale, non avremmo mai convinto nessuno. Atelier Paysan ha una diffusione perché mostra che ci sono opzioni migliori rispetto agli attrezzi industriali e questo crea un passaparola efficace: “guarda, questo funziona!” Questa comunicazione diretta ci dà la forza di interagire con le contadine e i contadini che magari possono non avere una critica sociologica, ideologica o politica al sistema ma che possono beneficiare del nostro approccio.
Il secondo livello del nostro lavoro è quello di coinvolgere altre culture, come i movimenti low-tech, di autocostruzione e altri percorsi critici della tecnologia che già esistono in Francia. Inoltre, siamo riusciti ad attirare l’interesse dei movimenti ecologisti e non solo. L’Atelier Paysan non ha la forza di portare avanti questa lotta da solo; il nostro manifesto ci sorpassa, è troppo grande per noi, funziona solo costruendo coalizioni e alleanze. Uno dei movimenti con cui collaboriamo fin dai suoi albori è quello dei Soulèvements de la Terre, con l’idea di portare una voce contadina all’interno dei movimenti ecologisti radicali che sono spesso anche movimenti cittadini.
La situazione è aggravata dal clima di guerra civile che c’è nelle campagne: da un lato le realtà agricole accusano i movimenti ecologisti radicali di non affrontare direttamente i problemi dei campi, dall’altro gli ecologisti pretendono azioni come l’immediato abbandono dei pesticidi senza conoscere le condizioni e le criticità del mondo agricolo. Il rischio è quello di indirizzarsi verso il nemico sbagliato, sia da una parte che dall’altra. Il vero nemico è il complesso agroindustriale che ha tutto l’interesse a nascondere le vere problematiche del mondo agricolo e le tematiche ecologiste. Noi cerchiamo di ribaltare questo paradigma e far vedere le cose con altri occhi, sia avvicinando i movimenti ecologisti alle problematiche del mondo agroindustriale, sia avvicinando il mondo agricolo alle tematiche dell’agroecologia, dimostrando che i movimenti ecologisti non sono anti-agricoltura. Abbiamo dei raggruppamenti dell’Atelier Paysan ovunque in Francia e cerchiamo di essere presenti sempre e di aiutare i gruppi locali a crescere.
Il movimento dei trattori
Quando è scoppiato il movimento dei trattori abbiamo subito risposto all’appello e raggiunto le manifestazioni. Certo, sappiamo da dove arriva questo movimento: dalla FNSEA, la più grande organizzazione degli agricoltori in Francia. Il 2024 è l’anno delle elezioni in Francia per le Camere dell’Agricoltura, che vengono elette ogni sei anni e i sindacati si presentano per candidarsi. È dunque un momento sindacale importante e la mobilitazione è arrivata in quel contesto. Questa occupazione mediatica sui temi dell’agricoltura era già stata prevista e organizzata da diversi mesi. Non siamo né stupidi né naif. Sappiamo che gran parte delle cose erano state pensate per la borghesia agricola.
Ma è successo anche qualcos’altro: soprattutto nel Sud della Francia si è trattato di un movimento spontaneo, non diretto dal sindacato maggioritario; è un movimento che noi consideriamo simile ai gilets jaunes. L’industria esercita da 80 anni una violenza sociale sull’intero mondo agricolo, non solamente sui piccoli produttori bio. In Francia abbiamo circa 600 suicidi di contadini all’anno e non di contadini bio, ma di persone che sono indebitate fino alla gola seguendo le logiche industriali, che hanno meno possibilità di uscire dai debiti o che non ne hanno proprio. Per esempio, in questi ultimi due anni ci sono state moltissime conversioni dall’allevamento industriale di mucche all’allevamento biologico. Ma, visto che il mercato del latte biologico è piccolo, molto velocemente c’è stato un esubero di offerta e il prezzo del latte bio è affondato. Di colpo tutti quelli che avevano fatto lo sforzo di convertirsi in allevamento bio sono dovuti tornare indietro.
Per questo, noi non abbiamo visto il movimento dei trattori unicamente come una strumentalizzazione dell’industria. Sicuramente questa strumentalizzazione c’è, ma c’è anche un movimento spontaneo e sincero in cui la maggior parte degli agricoltori e dei piccoli contadini sono in collera. Una collera legittima perché non hanno più guadagni e in più li si mette forzatamente in una contraddizione che è “evita i pesticidi, fai dell’agroecologia”, ma non si danno loro i mezzi per farlo, in un momento in cui le fattorie sono oggi già indebitate e incastrate in una logica insostenibile. In questa collera noi cerchiamo di entrare in contatto con le persone, con quelle persone che non hanno l’abitudine di parlare.
Per questo abbiamo chiesto a tutti i nostri soci di andare nelle zone delle manifestazioni. E, nel momento in cui il sindacato maggioritario ha fischiato la fine della ricreazione e tutto il mondo che si era mobilitato è rientrato a casa, per noi non è finita, è ancora possibile che la base sorpassi i centralismi sindacali.
Sono contento della posizione che hanno avuto i movimenti ecologisti durante queste mobilitazioni perche hanno cercato di comprendere da dove veniva la collera piuttosto che dire “sì, ma voi siete i nemici, gli avversari”. Nell’ambiente ecologista si è capito che non si può trasformare l’agricoltura senza i contadini. Vent’anni fa c’era l’idea che quando tutti gli agricoltori si fossero estinti, allora i neo-rurali, i virtuosi avrebbero potuto fare altre cose. Invece il gioco è trasformare insieme il modello agricolo e questo vuol dire che bisogna parlarsi: anche se non si è d’accordo politicamente bisogna distinguere quello che è vittima di 80 anni di politiche agricole da quello che invece spinge queste politiche, compresi coloro che a loro volta sono all’interno di strutture sindacali. Sono positivo su questa rabbia contadina e contento del risultato politico di ciò che abbiamo vissuto.
I giovani e l’agricoltura
Noi non abbiamo l’impressione che il lavoro della terra non interessi i giovani. Al contrario, siamo circondati da giovani che sono pieni di vocazione e che si trovano davanti ostacoli troppo grandi per riuscire a sistemarsi o a creare un’azienda. Sono le condizioni attuali del lavoro sulla terra che non attirano i giovani. Lavori 80 ore alla settimana per guadagnare 400 euro, senza nessun tipo di garanzie come la pensione. Questa è la vita di un’azienda agricola in Francia, da circa 20 anni. Questo non interessa i giovani. D’altra parte noi stimiamo che sia necessario che decine di migliaia di giovani ogni anno decidano di coltivare la terra: più o meno 30.000 giovani per anno, che abbiano voglia di disertare quello che gli viene promesso, cioè il lavoro da impiegato, da colletto bianco, per produrre la merda del capitale.
Con il collassare del sistema capitalistico, urbano, ci sarà sempre di più questa volontà di installarsi all’interno di strutture rurali e agricole. Ci sono sempre più giovani che hanno lasciato le proprie scuole di commercio, di economia, per ritornare all’ambiente naturale, agricolo e rurale. Ci sono sempre più giovani che cercano di essere indipendenti da queste superstrutture che portano il pianeta alla catastrofe, per vivere con pochi mezzi, con poche necessità. La questione non è attirare i giovani verso il lavoro in agricoltura, è piuttosto rendere possibile il lavoro in agricoltura. Per questo bisogna anche lavorare con le persone che in agricoltura ci sono già. Per il momento su dieci progetti di insediamento agricolo ce n’è uno solo che riesce ad arrivare in fondo. Come Atelier Paysan possiamo aiutare a far sì che tutti i giovani riescano a installarsi all’interno di un’azienda.
La tecnologia non è neutra
Sono necessarie due riflessioni. La prima è che la tecnologia non è mai neutra. Questo non è semplice da spiegare, perché ci hanno insegnato il contrario, ci hanno insegnato che, con lo stesso oggetto, tu potevi salvare delle vite o uccidere della gente. Per questo troviamo posizioni come “Un drone utilizzato nel comunismo sarebbe super, ma dentro il capitalismo è niente”. Questa è la posizione della sinistra da molto molto tempo sulla questione tecnologica: l’idea che “la tecnologia noi potremmo utilizzarla in un mondo non capitalista”. Noi non diciamo questo. Per noi una tecnologia non è mai neutra: viene da un ambiente socio-economico preciso ed è pensata per un utilizzo di un ambiente socio-economico preciso. Il drone è un attrezzo industriale fatto per le industrie, non lo possiamo utilizzare per fare dell’agroecologia. Non è neutro. Perché, da un lato, va a utilizzare i macrosistemi; dall’altro lato veicola un modo di pensare il mondo. Il primo sforzo da fare è quindi uno sforzo di educazione popolare, di riflessione critica collettiva sulla questione tecnologica.
La seconda riflessione è che la questione della scelta tecnologica non deve essere individuale, ma collettiva. Per questo facciamo lo sforzo di avere un’organizzazione che prenda in carico questo tema. Individualmente, la scelta tecnologica sarà esclusivamente pratica. Noi cerchiamo invece di porci una domanda collettiva, che diventi un’analisi: tutte le tecnologie portano ad essere dipendenti, ad avere dei debiti, e noi dobbiamo capire assieme che dipendenza accettiamo. L’idea non è l’autarchia, l’autonomia nel senso di “non ho bisogno di niente e di nessuno”. L’idea è che collettivamente bisogna chiedersi: da quali debiti preferiamo essere dipendenti? Dall’artigiano o dal fabbro vicino? Oppure da Google e Microsoft?
Questa è una domanda che bisogna porsi costantemente. Ad esempio, noi utilizziamo barre di metallo e di acciaio che non sono fabbricate più in Francia e in Europa, e che non possiamo considerare low-tech; i trapani che utilizziamo per fare l’autocostruzione di attrezzi vengono dalla Cina e sono high-tech. In questo momento decidiamo di accettare questa dipendenza. Domani magari non avremo più bisogno di quel trapano, ma oggi bisogna che la fattoria funzioni.
Un altro esempio è che facciamo dei tagli a laser, per facilitare l’autocostruzione di certe macchine. Abbiamo fatto la scelta di non avere una taglierina laser all’Atelier Paysan, ma di lavorare con un artigiano che è 10 km di distanza da noi, che fa i tagli laser. Questo artigiano lo conosciamo, sappiamo che non è una multinazionale, sappiamo che possiamo parlare con lui e dunque cerchiamo di fare comunità con lui. E accettiamo questa dipendenza.
Questo vuol dire rimettere sempre in discussione la scelta di dire fino a che livello le dipendenze e i debiti sono accettabili. Il robot, però, anche se fosse low-tech, lo rifiutiamo, perché sappiamo che rimpiazzerà il lavoro umano nell’azienda, sappiamo che ci impedirà di vedere altre soluzioni. Per esempio, per avere meno erbacce tu puoi avere un robot oppure utilizzare dei principi di permacultura, ma se sei partito con l’idea del robot non ti accorgerai che ci sono altre soluzioni possibili e questa è la vera ragione per cui non funzionerà.
Tecnologia, ricerca e cultura
Come Atelier Paysan cerchiamo di lavorare con artisti, di innescare dei processi di ricerca. Abbiamo un animatore scientifico della struttura, che è pagato per questo. L’obiettivo è portare delle battaglie dentro il mondo accademico e della ricerca, per rilanciare nuove tesi, per fare della macchina agricola un oggetto di ricerca.
Oggi siamo vicini al mondo della ricerca sociologica ed è un risultato enorme. Abbiamo iniziato a lavorare con ricercatori e ricercatrici per studiare l’economia della macchina agricola tra la multinazionale, le concessionarie e i contadini. Lavoriamo con dei sociologi sulla questione dell’impatto sociologico delle macchine in agricoltura e nella ruralità in generale. Creiamo anche una critica della ricerca. Formiamo dei contadini sul lavoro dell’inchiesta sociologica e faremo ricerche sul campo presso i contadini, presso i fabbricanti di macchinari, ricerche fatte in coppia da un contadino e un sociologo per produrre un sapere critico per riuscire a rinforzare le nostre riflessioni e il nostro lavoro.
Nella battaglia culturale contro l’industria bisogna anche appoggiarsi a un patrimonio che già esiste in Europa, di pensatori e pensatrici che hanno scritto molte cose importanti nel Novecento, che sono sconosciute anche alla sinistra di oggi e non sono parte del discorso politico, per esempio Simone Weil, Ivan Illich, Gunther Anders, Bernard Charbonneau, Jacques Ellul. Noi cerchiamo di utilizzare questo patrimonio nelle nostre pubblicazioni, anche per dimostrare che non stiamo inventando niente di nuovo, che siamo in continuità storica con i pensatori e le pensatrici che dagli anni venti e trenta in avanti identificavano un problema comune tra il capitalismo e il comunismo, per esempio. Ci sono dei testi incredibilmente moderni, con un senso complesso, contemporaneo, lucido. Sta a noi dargli valore, perché diventino delle parole d’ordine della sinistra nel senso largo e dei pensieri critici in generale.