Trump il magliaro, il commercio internazionale degli alimenti e l’agricoltura contadina
(Intervista ad Antonio Onorati, di Marco Fama e Mimmo Perrotta)
Antonio Onorati è, tra l’altro, un contadino e militante. Per molti anni è stato presidente del Centro Internazionale Crocevia; è membro di Associazione rurale italiana e del Coordinamento Europeo Via Campesina. Ha da poco pubblicato un libro, In difesa dei contadini (Edizioni Terra Nuova, 2024), ricco di dati, riflessioni e proposte utili per comprendere l’agricoltura – italiana, europea e globale –, i diversi modelli produttivi, le principali questioni critiche e le possibili forme di azione politica. A partire da questo libro, lo abbiamo incontrato per comprendere come l’elezione di Donald Trump – e la sua politica di dazi –, e in generale un contesto geopolitico in veloce mutamento, possano cambiare il commercio degli alimenti a livello globale e quali effetti possano avere sull’agricoltura europea e italiana.
1. Trump, il magliaro
La prima nota è che le sparate di Trump vanno considerate nel tempo. Inseguire Trump su quello che dice non è utile. Il primo lavoro che fa Trump è legato essenzialmente alle speculazioni di borsa, in particolare dei suoi amici; in termini di struttura è l’economia borsistica che reagisce e che va considerata e quindi nel medio periodo bisognerà vedere chi ci avrà guadagnato e chi no.
La seconda nota riguarda il mercato agricolo internazionale: va ricordato che solo dal 10 al 25% (a seconda dei prodotti che consideriamo) della produzione totale agricola viene scambiata sui mercati internazionali. Quindi potremmo alzare le spalle e dire che i dazi di Trump non saranno poi così rilevanti per l’agricoltura. Il problema, però, è che l’Europa ha orientato la sua agricoltura, in particolare il comparto a forte capitalizzazione e industrializzato, quasi completamente verso l’export. Questo comparto è legato mani e piedi a un mercato globale che l’Europa stessa ha voluto poco regolamentato, con un processo di liberalizzazione bilaterale e multilaterale (Mercosur) vista la crisi permanente dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, in cui i negoziati sull’agricoltura sono falliti ormai da molto tempo, da ben prima di Trump.
Alcuni comparti agricoli, come il vino, così come alcuni paesi, hanno una forte esposizione al mercato globale e ora dovranno rifare i conti, in particolare per quello che riguarda il modello dell’agricoltura industriale. Questo è negativo? No. I conti li dovranno fare comunque, perché un’economia agricola che si tiene su una competizione sul mercato internazionale dove i prezzi li fanno i futures delle grandi borse, in particolare Parigi e Chicago, è un’economia agricola estremamente fragile. Chi governa l’agricoltura in Italia ha puntato tutto sull’export del Made in Italy e ora deve rifare i conti.
Ritornando a Trump: a Roma diremmo che è un “magliaro”, devi solo stare attento che nella confezione del videoregistratore non ci sia un mattone. Per il resto negozierà. Ma secondo me questa è un’opportunità. Un’opportunità che i governi e il Consiglio dei ministri agricoli europei non stanno cogliendo, perché reagiscono solo attraverso altri dazi e barriere tariffarie. A mio parere bisognerebbe rispondere a Trump alzando le barriere non tariffarie, ovvero quelle che ti proteggono dall’importazione della mondezza o costringono i competitor ad alzare la qualità dei prodotti alimentari, se vogliono entrare nel mercato europeo. Nelle barriere non tariffarie devono entrare le condizioni sociali e le condizioni ecologiche di produzione, non solo una qualità “intrinseca” del prodotto, che spesso è solo bla bla bla.
Trump vuole il contrario: costringere l’Europa ad abbassare le barriere non tariffarie. A lui interessa cancellare i limiti sui pesticidi, sulla chimica, sugli Ogm, sui cibi artificializzati, perché su questo le aziende americane possono diventare competitive. Ma se l’Europa – che è il più ricco mercato alimentare della terra – alza le barriere non tariffarie, gli statunitensi sono poco competitivi.
Da questo punto di vista non mi sembra che l’Europa abbia deciso di proteggere quella sua autonomia che fa finta di proteggere col riarmo.
L’agricoltura statunitense è dipendente dalle importazioni, in particolare per produzioni di una qualità migliore della loro. Quindi, se alzano le tariffe, aumenteranno i costi di questi prodotti all’interno del paese e molti consumatori non vi potranno accedere, in particolare i più poveri. Ma questo a Trump e alla destra statunitense non interessa: loro vogliono svuotare lo Stato e fare affari. Anche a rischio di forti conflitti sociali.
2. La Cina e l’Africa
La Cina sta a guardare. La Cina ha un problema gravissimo: non ha abbastanza terra per sfamare la sua popolazione. Secondo i calcoli della FAO in Cina c’è il 9-13% della superficie agricola globale con il 20-25% della popolazione mondiale. Con la denatalità e l’urbanizzazione degli ultimi decenni c’è un problema forte anche di mancanza di forza lavoro. C’è stata tutta una nuova politica per chi tornava a lavorare nel villaggio con condizioni di estremo favore, c’è stata una legge che protegge le terre agricole contro l’urbanizzazione. Oltre all’agricoltura industrializzata, c’è un’agricoltura contadina che grazie alla redistribuzione della terra è comunque diventata più solida e spero che continuino a consolidarla. Però i cinesi hanno assolutamente bisogno del mercato internazionale: non hanno da dar da mangiare alla gente se non importano. Dal continente americano importano soprattutto la soia e il mais. Il mais serve per gli allevamenti, in particolare polli e maiali. E poi la soia: per la soia hanno l’alternativa agli Stati Uniti, ovvero Brasile e Argentina. Con i Brics. Per il mais possono trovare qualcos’altro per dar da mangiare agli animali. Il riso invece ce la fanno a produrlo ed eventualmente importeranno da altri paesi asiatici: Vietnam, Thailandia, Indonesia e anche l’India, se non fa la guerra col Pakistan.
L’Africa invece è alimentata dall’agricoltura contadina. Quello che in Africa va sul mercato mondiale sono pochi prodotti di contro stagione: i meloni del Senegal, i fagiolini del Burkina Faso o del Kenya. Ma l’Africa raddoppierà la popolazione entro il 2030-2040, perché è l’unico continente in cui la popolazione cresce ancora. L’Africa ha un gigantesco, immenso potenziale agroalimentare. Per cui da un punto di vista del mercato globale l’Africa è quella che ne ha meno bisogno. L’export dell’Africa serve a finanziare le élite che governano, che sono messe lì da sistemi neocoloniali o da figli della globalizzazione. Quindi, rispetto al mercato globale gli africani se fanno le scelte politiche giuste, guardando alla capacità produttiva e al numero degli addetti, guardando alla presenza ancora assolutamente dominante dell’agricoltura contadina, di villaggio, di prossimità, possono benissimo continuare così, anzi accentuare il loro distacco dagli accordi di libero scambio, in particolare con l’Europa.
3. L’Europa e l’Italia: i settori a rischio
Chi giustamente critica gli accordi di libero scambio di solito però sovrastima la quota di prodotti agricoli che va a finire sul mercato globale. L’agricoltura europea in realtà produce per lo più per il mercato interno europeo, che è forse il più ricco. È l’agricoltura industriale che sceglie il mercato internazionale, per vari motivi, soprattutto politici e di sussidi.
Dopodiché, bisogna guardare i settori che avranno più problemi. Tutti i settori con una forte specializzazione hanno una parte importante di prodotto per l’export e lì un po’ di guai ci sono. Anzitutto la viticoltura: la produzione di vino italiana è pari più del doppio del fabbisogno nazionale. Quindi c’è tanto vino che non sarà consumato sul mercato nazionale. Che ne facciamo? Occorre una durissima riflessione, che i viticoltori, anche quelli a noi vicini, spesso non vogliono accettare. Può darsi che il modello della viticoltura italiana sia sbagliato: è iperintensivo, è votato a un tipo di consumo esterno medio-alto, è stato pompato dai sussidi comunitari e da infinite campagne di sostegno finanziario a una lista sterminata di localismi (buoni per le elezioni delle autorità locali). I viticoltori dovranno tornare a una viticoltura di zone effettivamente vocate, in aziende vitivinicole diversificate, dove possibile non solo vigna. Non puoi continuare a produrre il doppio di quello che può assorbire il mercato interno pensando di piazzarlo sul mercato internazionale e se non ci riesci piangi.
Il comparto dell’ortofrutta, in particolare degli ortaggi, è una voce molto importante dell’export. Questo nostro export va soprattutto in Francia e in Germania, che apprezzano la qualità degli ortaggi italiani anche perché costano un po’ meno di quelli locali. Una parte, poca, va negli Stati Uniti, ma non credo questo rappresenti un problema.
Sul grano l’Italia è invece dipendente dall’importazione: importiamo il 65% del grano tenero che consumiamo, per la pasta (che in parte esportiamo), il pane e i prodotti da forno. Non è vero che il grano prodotto in Italia è intrinsecamente superiore a quello di altri paesi: il grano in Italia usa la stessa chimica che è accettata per il grano importato dal Canada (sono le regole europee)! Anche sul grano bisognerebbe impostare l’importazione da paesi scelti, attraverso lo sbarramento con barriere non tariffarie.
Rispetto al latte, abbiamo il problema che il mercato è dominato da Lactalis, una multinazionale francese che non accetta di contrattare un prezzo al litro del latte più alto. Però si potrebbe fare una politica per riportare l’allevamento nelle zone dove ci sono i pascoli. E il latte sarebbe migliore. Questo è fattibile: devi assistere le persone che vogliono andare in montagna, devi fare le strade, le scuole, la posta, gli ospedali, gli asili, il bar, se no c’hai il contadino eroico che sta in mezzo alle montagne, ha tutto il nostro rispetto ma quello non cambia assolutamente niente, non è così che riformi l’allevamento.
Quindi se la vostra domanda è: si prepara un dramma anche per l’agricoltura contadina? La risposta è che il dramma per l’agricoltura contadina è legato alle politiche pubbliche nazionali ed europee. Che continueranno a dare i soldi all’agricoltura e all’allevamento industriali, distruggendo il territorio. Ma l’agricoltura contadina ha una grande opportunità: ora l’agricoltura per l’export deve darsi una regolata, deve produrre soprattutto per il consumo interno e quindi deve despecializzare tutta una parte dei settori. Questo vuol dire anche che saranno necessarie più persone a lavorare in agricoltura. Nel contempo, però, probabilmente aumenterà la produzione agricola che finirà sul mercato interno e – di fatto – entrerà in concorrenza diretta con la produzione dell’economia contadina. Sarà una concorrenza sleale se le politiche pubbliche – con la scusa di sorreggere i settori in crisi – distribuiranno soldi proporzionalmente alla dimensione economica delle aziende: più sei grandi e più ti foraggio.
4. Le politiche necessarie
In termini di priorità di politiche europee l’elenco è presto fatto. Devono essere incentrate intorno al concetto di autonomia dell’economia contadina. Primo, hai bisogno di difendere l’uso agricolo della terra: una politica pubblica che garantisca un uso redistributivo della terra, anche senza discuterne la proprietà. Questo permette di bloccare la speculazione finanziaria e di favorire la crescita del numero delle aziende agricole, degli addetti agricoli e della popolazione rurale.
Secondo, ci devono essere delle regole nel mercato interno, sui contratti: da un lato, l’obbligo che i prezzi finali siano superiori ai costi di produzione e, dall’altro lato, un intervento drastico sui costi di produzione. Non abbiamo idea di quanto sia potente e pericoloso il dominio monopolistico di una multinazionale americana come la John Deere sul sistema delle macchine. Il livello di concentrazione dell’industria dei mezzi tecnici è ancora più forte che in quella delle sementi. Questo problema va affrontato, per abbassare i costi degli input.
Il terzo punto riguarda la condizionalità sociale e la condizionalità ecologica: se un’azienda agricola vuole prendere soldi pubblici, prima deve dimostrare che rispetta i diritti dei braccianti e che pratica la riconversione ecologica.
Infine, dobbiamo rivendicare servizi pubblici all’agricoltura, compresa la certificazione biologica, perché non è possibile che le piccole aziende debbano pagare la Coldiretti per i servizi e gli enti certificatori per il biologico.
Su questi temi c’è un’agenda al Coordinamento Europeo Via Campesina: il negoziato per la PAC post-27 è già cominciato.
5. Redistribuire la terra e difendere l’agricoltura contadina
C’è bisogno di un processo di redistribuzione non solo per dare la terra a chi vorrebbe venire a lavorare in agricoltura, ma anche per allargare la maglia poderale. Con due ettari di zucchine non si vive, è un lavoro duro. Forse se gli dai dieci ettari, oltre che due ettari di zucchine ci mettono pure un po’ di animali e qualche altra cosa per far concime, un po’ di alberi da frutta, viene meglio.
E poi c’è bisogno di regole che dividano i due modelli agricoli nettamente, assolutamente. I due modelli agricoli sono in competizione. Solo che i “morti” nell’agricoltura industriale poi li fa rivivere il denaro pubblico, invece i morti delle aziende delle economie contadine, quando sono morti, sono morti definitivamente.
Le aziende in Italia che hanno più di 10 ULA sono solo 16.000. Questa è l’agricoltura che sostengono le organizzazioni agricole “maggioritarie”, che sostiene il ministro Lollobrigida, che sostiene De Castro. Sedicimila. Ne puoi aggiungere altre 10.000 a cui piacerebbe essere come le 16.000. Il resto è medio-piccolo: 30, 50 ettari, 5, 2, un ettaro. Quindi quelle 16.000 aziende più le eventuali altre 10.000 non sono l’agricoltura italiana, sono un peso per l’agricoltura italiana. Se ci fossero barriere non tariffarie, avrebbero difficoltà a esportare i propri prodotti. Perché le barriere non tariffarie non valgono mica solo per quelli da cui importiamo, vale pure per te che esporti, perché altrimenti stai facendo dumping e noi siamo assolutamente contrari: tutti i paesi hanno diritto ad avere la propria sovranità alimentare e un cibo che non ti avvelena, anche per chi ha meno disponibilità finanziaria.
Questo è quello che difendiamo in ARI e in ECVC.
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