Dialogo tra Carlo Farneti e Roberto Roveri (Rivista Contadina, Numero 2)
“Cambiare il Campo – per la Convergenza Agroecologica e Sociale” prende forma nella primavera 2023 durante un incontro “allargato” della rete Genuino Clandestino, al quale partecipano attiviste, attivisti, e simpatizzanti chiamati per l’occasione. Si vuole tentare una “convergenza” ampia di persone con provenienze ed esperienze diverse, contadine e non, su un unico obiettivo che viene identificato nella lotta al sistema capitalista agroindustriale di produzione, distribuzione e consumo del cibo. La “convergenza” sarà quindi su un obiettivo unico per tutt*, anche se i punti di vista e le modalità potranno differire.
Si fissa un primo incontro nazionale a marzo 2024 a Roma (al quale partecipano alcune centinaia di persone) per decidere insieme come procedere, per definire meglio gli obiettivi e per ragionare su una (eventuale) struttura organizzativa. Nasce un “Collettivo di Convergenza Agroecologica e Sociale” che elabora le proposte e prepara un secondo incontro nazionale a giugno 2024, nel quale si costituiscono i primi gruppi di lavoro e inizia la fase operativa. Nel frattempo l’Italia si appresta a mettere in campo le prime coltivazioni sperimentali dei “nuovi OGM” (astutamente ridenominati Tecniche di evoluzione assistita) e Cambiare il Campo si fa promotore di un’azione nazionale di contrasto.
Qui tutti i dettagli e le modalità di adesione ai gruppi di lavoro: www.cambiareilcampo.org
Cambiare il Campo è orgogliosamente costituito da individualità che hanno idee diverse, non ha rappresentanti né portavoce. Nell’intervista che segue, in forma di dialogo tra due attivisti, i dialoganti cercano di evidenziare i punti critici in questa fase del progetto di convergenza secondo il loro personale punto di vista.
Roberto: Cerchiamo di spiegare insieme cos’è Cambiare il Campo. È uno dei tanti tentativi di costruire una sorta di “movimento contadino” dal basso? A cosa si ispira? In cosa si distingue da altri tentati o realizzati? Perché dovrebbe funzionare?
Carlo: Stiamo facendo un tentativo che va oltre l’idea di costruire un movimento contadino: in concreto aspiriamo a una trasformazione radicale del sistema agroalimentare nel suo complesso. Un’idea rivoluzionaria, organizzata in un modo che qui in Italia non si era visto prima. In altre parti del mondo, dove ci sono fortissimi movimenti contadini, sono partite iniziative simili di critica e contrapposizione al sistema capitalista agroalimentare. Qui da noi manca la componente del movimento contadino forte e, partendo dal mondo della produzione agroecologica di cibo, abbiamo cercato da subito di integrare persone di ogni provenienza secondo il concetto di “convergenza” verso un obiettivo comune.
Non siamo abituati (non in tempi recenti) ad assistere a movimenti politici e sociali generati o sollecitati dalla componente “contadina”. Paradossalmente vediamo enormi risorse comunitarie destinate all’agricoltura, ma al contempo le entità “contadine” non riescono a incidere sulle scelte politiche. Non c’è più il bracciantato numeroso, non ci sono più sindacati rappresentativi delle classi lavoratrici della terra, molte persone dedite all’agricoltura sono in Italia da poco (o per poco) e sono o si sentono in qualche modo separate dal resto della società. Ecco perché questa è una novità molto importante, il fatto che un movimento nasca in questo contesto contadino.
Qual è la dimensione di questo impegno? Come possiamo individuare le forze coinvolte?
Il nostro desiderio è cambiare il segmento che riguarda la produzione, la distribuzione e il consumo di cibo. Ma le questioni che stiamo trattando sono troppo grandi per essere affrontate da noi solamente, perciò dobbiamo costruire una forza politica ampia e articolata, che deve riguardare tutti i settori e non solo l’agricoltura. Noi ora stiamo facendo la parte dell’agricoltura e ci muoviamo secondo il principio della “convergenza” lanciato dal collettivo di fabbrica ex-GKN ormai tre anni fa.
Dopo l’idea iniziale (primavera 2023) ci sono stati due momenti fondativi, a marzo e giugno 2024. Qual è il significato particolare dell’ultimo evento di giugno?
A marzo era una kermesse generale sull’agroecologia e sull’ecologia politica. A giugno c’è stato lo scioglimento del “Collettivo di Convergenza Agroecologica e Sociale”, che ha concluso il suo lavoro presentando una proposta politica precisa, con contenuti molto innovativi (l’organizzazione per gruppi, la costituzione di un connettivo di collegamento dei gruppi, l’adozione del metodo del consenso e dei principi generali della sociocrazia). A giugno abbiamo fatto il salto con questa proposta, e ora dobbiamo definirne collettivamente i dettagli organizzativi.
Cambiare il Campo ha scelto come modello partecipativo un metodo assembleare che per molte persone richiede un cambio culturale, un approccio completamente nuovo con tecniche particolari. Chi partecipa deve acquisire queste conoscenze e adattarsi a questa nuova cultura e a nuovi metodi di lavoro.
È fondamentale darsi un metodo per fare scelte e prendere direzioni. Ma le assemblee di base, le assemblee di movimento, hanno sempre avuto la difficoltà di arrivare alla definizione di una strategia condivisa fondata sull’idea prevalente (non unanimità o maggioranza, che non sono il nostro obiettivo). Andare di qua o di là senza saper trovare scelte alternative è il grosso problema dei movimenti di base. Noi abbiamo scelto il metodo del consenso e il metodo dell’assenso ma vediamo che molte persone non li conoscono bene, dobbiamo sperimentarli e imparare a utilizzarli efficacemente. Ci vorrà tempo ma ci sono i presupposti per riuscire a creare forme organizzate veramente nuove.
Ci avviciniamo al tema centrale della sociocrazia, che non è solo un metodo di lavoro.
Molte di noi, per formazione ed esperienze e per essere cresciute in un determinato momento storico, sono abituate a strategie di leadership che si manifestano in vari modi: non soltanto alzando la voce, ma anche sfruttando maggiori conoscenze, capacità dialettica oppure assumendo ruoli chiave nei gruppi. Noi dobbiamo abbandonare l’idea del gruppo di leader con la funzione carismatica di coagulare e di coinvolgere gli altri. Non è più il momento del militante che si impone per affermare le proprie idee dentro un gruppo, ora ognuna di noi lavora per la comunità e al servizio della comunità. Questa operazione, che definirei di rilassamento e di abbandono all’intelligenza collettiva, non avviene in tempi brevi. Il vero elemento di novità, l’elemento che caratterizza Cambiare il Campo, è questo tentativo di costruire un movimento rivoluzionario a partire dai principi e dalle tecniche di condivisione del potere. L’implementazione della sociocrazia è il passaggio chiave.
In questa fase iniziale c’è il rischio, tipico delle organizzazioni volontarie nascenti, di un carico di lavoro (e relativo accentramento di potere) su poche persone trainanti. Per il momento sembra che tra i partecipanti ci sia una buona attenzione a questo tema, pur con tutte le difficoltà dell’avviamento di un progetto complesso.
Certamente all’inizio ci sono persone che trainano, ma questo è naturale. L’importante è che a un certo punto sappiano ritirarsi e lasciare spazio ad altre che subentrano. Se le dinamiche di potere sono sotto controllo, le persone che trainano sono un vantaggio per tutti e tutte. E quindi coltiviamola, questa cosa, ma restiamo molto attenti alle dinamiche di gruppi di potere interno e al leaderismo. La definizione di “accordi di base” sanciti e riconosciuti da tutti, uno dei fondamenti della sociocrazia, potrà aiutare molto in questa nostra ipotesi di organizzazione.
Già nei primi mesi di lavoro si sono evidenziate differenze importanti e a volte divergenti. Farle convivere e addirittura convergere, con sensibilità e pratiche di lotta a volte più caute e altre volte più intraprendenti, è sempre una sfida per gruppi e movimenti. Inoltre l’età dei partecipanti è assai varia e implica automaticamente esperienze e approcci spesso distanti.
Alcune di queste situazioni sono nella compatibilità, altre invece no. Per esempio, vedo un grosso pericolo nello spostamento di alcune componenti della sinistra radicale su posizioni nazionaliste, tradizionaliste o di intolleranza dei diritti, che ritengo inaccettabili. Credo che per Cambiare il Campo accogliere queste istanze sarebbe molto problematico. Quindi occorre definire prioritariamente un perimetro di partecipazione, servono una base comune e un sistema di idee in qualche modo coerenti. Poi all’interno di questo perimetro condiviso possono coesistere modalità di intervento e linee di pensiero anche divergenti o contrastanti, ma che rimangano nell’ambito della compatibilità e della possibilità di costruire convergenza insieme.
Credi che questo tema vada discusso subito, o serve prima un periodo di assestamento, di consolidamento? Se lo affrontiamo subito, potrebbero mancare sensibilità e conoscenza reciproca; se rimandiamo, rischiamo discussioni e personalizzazioni proprio nei momenti critici.
Penso che debba essere un lavoro progressivo. Anche se mi manca un panorama completo perché vivo soprattutto la mia dimensione all’interno del gruppo operativo a cui partecipo, ho l’impressione che ci sia una buona compatibilità tra le soggettività attualmente presenti in Cambiare il Campo. Ci sono già state alcune discussioni, come quella sull’omotransfobia, ma direi che abbiamo iniziato a operare nel punto delicato e vedo una sostanziale omogeneità di idee soprattutto in termini di volontà sincera di condivisione del potere.
Altro tema difficile è quello dell’atteggiamento che possiamo definire di condanna o appoggio morale alle attività di contrasto pratico alle colture OGM. Questo potrebbe essere il prossimo punto di conflitto interno, perché qui si scontrano sensibilità molto diverse se non incompatibili. Dovremo essere capaci di affrontare anche questo aspetto.
Anch’io percepisco questa difficoltà, ma non mi spaventa la diversità di idee: mi spaventa la possibilità che si salti un dibattito ampio e una discussione approfondita. E questo dibattito va organizzato superando i problemi pratici e organizzativi. La discussione sull’adozione del sabotaggio come una delle opzioni possibili della strategia di Cambiare il Campo deve essere discussa in maniera seria da tutti e tutte, ed eventualmente anche da un’area di interesse più ampia, perché tra l’altro non è una scelta binaria ma ci sono diverse modalità di approccio attuabili. Ci sono punti di vista differenti anche sulle autonomie decisionali e operative che devono poter convivere, con persone che sono disponibili e interessate a fare alcune azioni e altre che preferiscono non parteciparvi direttamente.
Certamente una prossima riunione in autunno potrebbe essere l’occasione giusta per discuterne in modo assembleare diretto, perché a distanza risulta quasi impossibile. Tra l’altro questi aspetti toccano anche il tema della comunicazione, dei portavoce, di una “voce comune” e dei rapporti coi mezzi di comunicazione.
Ci occorre un sistema di comunicazione efficace, che in qualche modo abbiamo già iniziato ad abbozzare ed al quale stiamo lavorando. A un certo punto forse dovremmo anche avere delle facce pubbliche, ma questo mi preoccupa relativamente poco: se applichiamo in maniera rigorosa e radicale il principio dell’alternanza dei ruoli, non vedo difficoltà tali da compromettere l’andamento del percorso.
Che rapporti ti aspetteresti con altre organizzazioni di categoria? Con le istituzioni? Con altre realtà ecologiste? tra l’altro molti partecipanti a Cambiare il Campo sono anche attivisti e attiviste in altre associazioni ecologiste, agricole, della società civile…
L’idea originaria non è quella di costituire una nuova organizzazione, ma di organizzare un’area di attivismo che funga da motore della convergenza. Le realtà organizzate da coinvolgere già sono centinaia in Italia. Noi non chiediamo a nessuna di rinunciare alla propria specificità, ma anzi di portarla in questo contesto. E questa idea della convergenza ha già iniziato a prendere forma. Per ora siamo in una fase preliminare, stiamo ragionando sui documenti da produrre e sui passi da fare per avviare un coinvolgimento capillare delle organizzazioni che potrebbero, in via teorica, aderire alla convergenza. Ciò avverrà con un “Congresso per la Convergenza Agroecologica e Sociale” che dovrà essere il più ampio, partecipato e rappresentativo possibile, e che terrà conto anche della forte presenza di persone contrarie al principio di delega e di rappresentanza.
Prevedibilmente nel confronto con le organizzazioni esterne uscirà un tema di posizionamento politico. E questo è un tema che Cambiare il Campo non ha ancora affrontato.
Se abbiamo intenzione di costituire un movimento ampio per ottenere delle trasformazioni radicali, le indicazioni dovranno uscire proprio da questo “Congresso per la Convergenza Agroecologica e Sociale”. Lì andranno individuati e definiti i punti critici comuni. Il concetto della convergenza non è iniziare a elaborare posizioni comuni (cosa assolutamente poco probabile se non impossibile) bensì individuare dei comuni punti di attacco. Dovremo individuare insieme questi “punti d’attacco” e su quelli costruire la convergenza e una grande lotta comune.