Il cibo, le lotte, l’autodeterminazione a teatro (Intervista di Martina Lo Cascio a Greta Tommesani, Federico Ciccinelli e Totò Galati, Rivista Contadina, Numero 1)
Vivendo Trappeto, Danilo, col tempo, si rende conto dei reali bisogni di quella comunità, di cui ora anche lui fa parte. Una comunità senza acqua, senza servizi igienici, senza strade. Una comunità completamente abbandonata dallo Stato.
Vi siete chiesti com’è che in questa storia di un paese di pescatori non c’è nessuno che mangia pesce? Il mare ce l’hanno proprio lì.
Perché il loro mare veniva depredato dai grandi pescherecci che, non rispettando le leggi, arrivavano a pescare fino a sotto costa, capaci di usare persino la dinamite. E tutto questo grazie alla complicità di uno Stato che invece di intervenire si girava dall’altra parte.
Un’intera comunità di pescatori costretta a scegliere tra la vita dei propri figli e quella del proprio mare. E allora qualcuno sceglieva il contrabbando, lo spaccio. Quello più miserabile. Lo spaccio della neonata.
I pescatori di Trappeto amavano il loro mare. Lo conoscevano bene. Nei suoi ritmi, nelle sue esigenze, nelle sue forme.
Ci parlavano con il mare, a lui dedicavano canti.
“Era difficile addivintatu piscari o Trappitu.
Quattro mesi senza venire a casa, da maggio agli ultimi d’agosto. Pesca di sgombri e alacci, mare pericoloso.
Io l’ultimi tempi mi vergognava a ghiri a piscari, aviamu ad usari reti talmenti fitti e stritti, ca nun ci passava mancu l’acqua, pisci nun ci n’era. Viniano li pescherecci fora liggi a piscari sutta costa, e pochi metri di la riva, pur sapennu ca era vietato e si pigghiavanu tuttu lu pisci che era distinato a li piccoli piscatura, e nuddu ci dicia nenti, e calavano ddi riti senza sosta, notti e ghiorno, lavuranti e festivu, e comu si nun bastassi piscavano puru usannu li bombe che faciano trimari lu funnu di lu mari e li pisci acchianavanu tutti a galla, fermi, stunati di lo bottu, tutti a galla, i pisci chi sirvianu cu tutti li pisci chi nun sirvianu.
E a nuatri chi n’arristava, si non arrascari tuttu lu mari pi pigghiari la nunnata ca tantu piaci a li palermitani cittadini ma chi lu stati vieta. E nui addivintamu morti di fame e puru banditi! E unni era la nostra colpa? Ma dicu iu, a nuddu jurici, preturi, carrabbineri e politicu ci veni in mente ca tra chiddu chi lu Statu condanna comu banditi nun ci nn’è unu ca avia li mezzi pi sfamari la famigghia? A mia lu munnu mi piacissi che mangiassimo e bevissimu e lavurari tutti boni. Ma nun ci pensu a sti cosi ca tantu nun li videmu mai, sti cosi belli veru. Lu viri si o trappitu avissimu l’acqua, io haiu ottu figghi, minchia, chissi tutti zappanu, e si travagghiassi tutti e qualchedunu di li niputi potissi iri a la scuola e la famigghia putissi migliorarisi. Io non ho partiti: a cu mi veni ntesta votu. Quannu nascivu iu c’era la monarchia. A mia mi piaceva la bandiera cu la curuna, chi bannera è chista senza la corona?”
Banditi.
Ecco chi erano.
Banditi si, ma banditi dallo Stato.
[Tratto da “La ricetta di Danilo”, spettacolo teatrale con Totò Galati di Claudio Zappalà e Totò Galati]
“La ricetta di Danilo” (www.itineraria.it/news-dettaglio?p=la-ricetta-di-danilo-di-barbe-%C3%A0-papa-teatro) e “CA-NI-CI-NI-CA” (https://romaeuropa.net/archivio/festival/anno-2023/ca-ni-ci-ni-ca-2/) sono due ricerche diventate spettacoli teatrali pensati sulla spinta di Greta Tommesani e Federico Ciccinelli il secondo e di Totò Galati, e la sua compagna Barbe à Papa Teatro, il primo. I tre attori-registi sono trentenni molto diversi per provenienza, percorso formativo e approccio al teatro ma i loro spettacoli hanno a che fare con il cibo come terreno di conflitti e costruzione di percorsi di emancipazione.
Nell’ambito di FuoriMercato Sicilia e durante la costruzione della conferenza “La Scienza e il teatro radicate”, organizzata a Partinico (Pa) il 7 giugno 2024, abbiamo approfondito in quattro alcuni aspetti sul lavoro artistico e le analogie con le altre condizioni lavorative con uno sguardo alle prospettive organizzative e mutualistiche.
In questo articolo presento un estratto dell’intervista condotta il 27 aprile 2024 a Trappeto (Pa), lasciando emergere dalle parole degli autori l’origine di queste ricerche e la potenza delle stesse.
Come raccontereste i vostri spettacoli alla “Rivista Contadina”?
Greta: I punti principali di “CA-NI-CI-NI-CA” sono: da una parte parlare di lavoro, di sfruttamento lavorativo all’interno di un sistema di produzione e non come fenomeno emergenziale e dall’altra parte il punto sulla comunicazione cioè come si può parlare di tematiche sociali senza utilizzare una comunicazione vittimista. L’obiettivo è rappresentare dei soggetti che hanno a che fare con lo sfruttamento lavorativo e per cui chi guarda possa pensare “ah questo è un tema che riguarda anche me” e per cui io posso fare qualcosa; senza annullare delle differenze e senza forzare dei paragoni però si possono mettere in luce elementi comuni di diverse esperienze come per esempio quella dello sfruttamento e dell’autosfruttamento e poi la riflessione su chi deve lottare per i diritti di chi, quali sono le condizioni che ci permettono di rapportarci ad altre persone che lavorano in modo solidale o competitivo. Io e Federico ci interroghiamo sul rischio di parlare di temi sociali con una modalità puramente didattica in cui semplicemente spieghiamo o giudichiamo delle persone che non sanno o non fanno abbastanza e quindi proviamo ad evitare questo rischio portando un’esperienza personale un po’ contraddittoria, anche forzatamente un po’ contraddittoria e un po’ impacciata in cui chi guarda possa anche riconoscersi e possa sentirsi stimolata senza sentirsi giudicata.
Totò: “La ricetta di Danilo” nasce quando decido di raccontare quello che conoscevo di Danilo Dolci ad un gruppo di persone che non lo conosceva. Avevo fatto questa ricerca perché individualmente sentivo la voglia di parlarne, ho visto franare tutte le mie certezze su questa storia che avevo un po’ mitizzato ed è stato interessante il legame che ha trovato la mia compagnia con la storia stessa. L’aspetto per noi centrale della storia di Danilo è il prendersi cura della nostra comunità per resistere. La modalità che è stata scelta per raccontare è quella di far ruotare tutto attorno al digiuno dei pescatori di Trappeto. La centralità di Trappeto viene fuori evidentemente perché io come proponente di questa storia sono figlio di questi luoghi e questi vivo. Siccome è una storia di mancanza di cibo, condivido con il pubblico il cibo, in particolare le polpette che preparo durante lo spettacolo; attraverso questa condivisione propongo al pubblico di diventare comunità.
Il cibo fisicamente come entra in scena?
Totò: Il cibo entra in scena perché parliamo delle proteste di Danilo che partono anche da alcune considerazioni sullo svuotamento dei mari di Trappeto e su un banditismo legato ad una pesca non sostenibile di neonata. Da lì nasce l’esigenza di parlare di cibo come elemento di condivisione e quindi di creazione di comunità, produrre cibo che tutti possono mangiare. Da qui nasce la polpetta che io cucino in scena, che è simbolo degli scarti, del riciclo e della creatività. Gioco molto con i sapori e gli odori delle sarde, voglio far nascere la voglia di quel cibo che cucino in scena e tutto questo ci aiuta a parlare dello svuotamento del mare a prescindere da Danilo.
Federico: Il cibo che è presente durante lo spettacolo è il pomodoro, ed è presente da subito quando arriva Greta che inizia a maneggiarlo. In questo momento lei utilizza i pomodori come oggetti e non come cibo, tanto che ci siamo chiesti se bastassero anche delle palline; il pomodoro continua a essere oggetto nel momento in cui viene spostato e utilizzato per dare un’immagine dell’organizzazione della filiera produttiva del pomodoro. Quindi, mentre si parla del pomodoro e della sua raccolta, trasformazione e distribuzione, quello che prima poteva essere semplicemente una pallina diventa pomodoro ma senza mai citarlo. Poi subisce una trasformazione e diventa passata ed è la prima volta che il pomodoro dopo quest’opera di trasformazione diventa anche attore nel momento in cui tramite l’etichetta narrante parla in prima persona come a volte succede con le etichette dei prodotti alimentari. Il pomodoro prende parola con una coscienza e tramite un vero e proprio sfogo personale; così prova a liberarsi da questa sua condizione di prodotto e rivendica la propria personalità, pensa che forse non vuole essere un prodotto da tavola e vuole essere tanto altro e fa un ragionamento connesso con il tempo che non vuole sia più dettato dalla grande distribuzione organizzata. Subisce la sua ultima trasformazione e non è più una persona ma diventa un’entità metafisica: è il momento in cui noi attori scompariamo dalla scena e rimane il pomodoro schiacciato da Greta sul pavimento.
In questa condizione, da schiacciato, si riconosce come scarto, ragiona andando oltre lo sfogo e acquisisce una coscienza collettiva rispetto al fatto che uno scarto da solo è uno scarto e solo insieme può diventare altro e quindi immaginare una possibilità di futuro e la nascita di una nuova specie.
Come si passa dall’io alla dimensione collettiva?
Totò: Danilo Dolci, nel nostro spettacolo, acquisisce più forza quando scompare nella comunità ed è un po’ quello su cui proviamo a ragionare come compagnia Barbe à Papa Teatro. Come i bisogni individuali possono diventare collettivi? Tutti noi attori in scena rappresentiamo un’urgenza individuale che diventa collettiva; lì viene la nostra forza e ci piace questo parallelismo con la storia di Danilo. Danilo non è un profeta che salva la comunità con i suoi miracoli, come a volte viene narrato, ma è colui che agisce per innescare ragionamenti collettivi. Alla fine sia il cibo che il teatro diventano un pretesto per stare insieme.
Greta: Per me sul passaggio dall’io al collettivo nello spettacolo è importante la provocazione sul consumo. Nel nostro spettacolo diciamo che il problema per noi non è il consumo etico individuale e la strumentalizzazione di questo concetto in una narrazione neoliberista. La domanda è “noi che potere politico ci riconosciamo? Solo quello individuale come consumatrice o anche un potere collettivo?”; come diceva Federico c’è un po’ questo tentativo di finale aperto perché ci piace che sia permeato da delle idee su che visione di un collettivo futuro vogliamo lasciare.
99,8% pomodori, sale. Sono la passata. Vengo da una terra vicino al mare, coccolata dal sole, dolce e generosa. Ero un pomodoro. È in prima persona perché è l’etichetta narrante. La mia pelle era rossa, liscia, lucente: senza imperfezioni. No, avevo solo una spaccatura sulla buccia. Una crepa, piccola. Anche gli altri avevano delle ammaccature, dei buchi. In punti diversi. Ma non ho mai pensato che le nostre ferite avessero la stessa origine, che fossero il risultato della stessa lavorazione. Perché quella mia spaccatura sulla buccia non è mai diventata una linea di rottura comune?
L’etichetta narrante. Tratto da “CA-NI-CI-NI-CA” di e con Greta Tommesani e Federico Ciccinelli